Ferrara Atlante di genere
Ferrara Gender Atlas
è una ricerca sul contesto di Ferrara sviluppata da Sex & the City APS e Centro Donna Giustizia APS, grazie al supporto di Regione Emilia-Romagna.
La ricerca si concentra su sei ambiti di interpretazione della città, mettendo a sistema i servizi e le iniziative esistenti nel territorio che si rivolgono ai bisogni delle donne e delle soggettività non maschili mediante una loro mappatura capillare. L'Atlante indaga una serie di aspetti approfonditi mediante la diffusione di un questionario, e approfondisce in forma qualitativa e partecipativa il tema dell'insicurezza.
Al progetto hanno collaborato anche Basso Profilo e Consorzio Wunderkammer, con il patrocinio del Comune di Ferrara.
di Angela Rita Alvisi
Presidente Centro Donna Giustizia APS
Perché occuparsi di urbanistica femminista? Quale è il corpo giusto oe l’identità di genere adeguata per muoversi in una città, per attraversare gli spazi urbani senza dover subire discriminazioni e senza provare paura o insicurezza? Per esemplificare, le città non sono state pensate per facilitare la gestione del “doppio lavoro”, retribuito e di cura, dei figli/e, delle persone anziane e/o con disabilità, né per garantire una mobilità pubblica che contemperi il trasporto di passeggini e carrozzine, con marciapiedi adeguati al loro passaggio. Gli orari del trasporto pubblico sono poco amichevoli, così come quelli per l’accesso ai servizi, ai nidi e alle scuole, raramente coordinati con la possibilità di conciliare lavoro produttivo e responsabilità di cura. Gli spazi verdi e le aree pubbliche risultano spesso privi di panchine e di luoghi di socializzazione, e quasi sempre poco e/o male illuminati. Per come sono strutturate le nostre città ancora oggi, e fra esse anche Ferrara, restano ancorate ai rigidi confini dei ruoli di genere per cui il corpo che riesce ad attraversarle con relativa facilità è quello di chi ha un lavoro regolare a orario continuo, raggiungibile in automobile, che non deve occuparsi di incombenze diverse che comporterebbero percorsi tortuosi: vale a dire, statisticamente, del cittadino maschio, abile, bianco, e appartenente alla classe media. I corpi che non si conformano a causa del genere, dell’età, della provenienza geografica, della disabilità, della classe sociale, dell’orientamento sessuale, sono “fuori posto”, in grande difficoltà ad attraversare lo spazio urbano, marginalizzati ed esclusi.
Anche qui risiedono le ragioni per le quali il Centro Donna Giustizia di Ferrara, centro antiviolenza femminista e transfemminista, ha voluto essere copromotore, insieme a Sex & the City APS, della ricerca che ha portato alla redazione dell’Atlante di genere di Ferrara. Ragioni che già in precedenza hanno determinato la partecipazione del Centro al gruppo Ferrara, le donne la città, progetto di trasformazione urbana di Ferrara dal punto di vista delle donne, realizzato in collaborazione con l’Università di Bari e di Verona.
Le attività del Centro sono rivolte alle donne e alle donne trans che hanno subito violenza di genere, discriminazioni, grave sfruttamento lavorativo e sessuale. I nostri corpi e quelli delle persone che a noi si rivolgono e/o che noi intercettiamo, possono essere definiti “non conformi”: donne, donne trans, immigrate, disoccupate oppure occupate spesso in lavori di cura e di riproduzione sociale, che hanno dovuto fuggire di casa per sottrarsi alle diverse forme di violenza - domestica e non -, recidendo così legami e relazioni costruiti nel tempo. Per uscire dal ciclo della violenza, queste donne hanno bisogno di un alloggio, un lavoro, di ricostruire relazioni sociali e amicali, di una nuova scuola per i/le figli/e, di trasporti pubblici che permettano loro di raggiungere in sicurezza i luoghi di lavoro e della cura. Pertanto, costruire una visione di città femminista significa ripensare l’organizzazione delle città, del lavoro retribuito, degli orari, della mobilità e del trasporto pubblico, del lavoro di assistenza e di riproduzione sociale, della sicurezza. Significa ripensare il modello della convivenza urbana con interventi di rigenerazione e riforestazione urbana, di integrazione delle energie rinnovabili, di mitigazione delle isole di calore, di recupero del patrimonio edilizio a costi calmierati.
La città femminista è una città per tutte e, di conseguenza, per tutti: organizzata non sulle necessità e finalità standard di un nucleo familiare eterosessuale, nativo, appartenente alla classe media, ma per permettere una vita sicura, non razzializzata, non discriminata, alle donne, a quei corpi ”non conformi" che non fanno affidamento sulla famiglia come fonte di sicurezza economica e sociale, che lavorano spesso in modo discontinuo e che fanno più lavori per sostenersi, che necessitano di trasporto pubblico sicuro e in orari che permettano di raggiungere i luoghi dei lavori, di luoghi pubblici per la socialità, che possano sentirsi al sicuro al lavoro, a scuola, per strada. È una città che riconosce l’intersezione delle questioni di genere con i sistemi di oppressione e di privilegio, di discriminazione e razzializzazione, di abilismo e segregazione: una città per tutt*, basata su un nuovo modello di convivenza urbana.
Un Atlante di genere per Ferrara
Una città si può leggere attraverso i tempi e i percorsi di chi la abita. Gli stessi spazi, orari e servizi pesano in modo diverso a seconda del genere, dell'età, della provenienza e delle responsabilità di cura che ciascuna persona porta sulle proprie spalle. L'Atlante di genere di Ferrara prova a misurare queste differenze e a restituirle con dati, mappe e voci, affinché diventino uno strumento utile sia per chi costruisce le politiche pubbliche sia per chi, in città, cerca i servizi di cui ha bisogno.
Guardare Ferrara con questa lente significa partire da una città di circa 130.000 abitanti che continua a perdere residenti. Il suo territorio è tra i più anziani dell’Emilia-Romagna ed è l’unico della regione per cui le proiezioni indicano un calo netto della popolazione nei prossimi decenni. L’occupazione femminile cresce, ma resta più precaria e più spesso a tempo parziale di quella maschile, mentre la cura, retribuita e gratuita, sostiene una popolazione sempre più anziana. In una regione dove welfare e servizi sono tra i più strutturati del paese, Ferrara permette di osservare quanto di questo peso ricada ancora sulle donne, comprese le molte lavoratrici straniere impiegate nell’assistenza familiare, e quanto la città, nei suoi servizi e nei suoi spazi, riesca a sostenerle.
La prospettiva di genere attraversa tutti i temi trattati e ogni capitolo intreccia tre tipi di fonti. I dati istituzionali (ISTAT, INPS, Regione Emilia-Romagna, IRES Emilia-Romagna, Comune di Ferrara) sono letti alla scala comunale ogni volta che è possibile; quando esistono solo per la provincia, mancano o non distinguono tra donne e uomini, il testo lo segnala e si appoggia al quadro provinciale, regionale o nazionale. Le interviste danno voce a chi i servizi li gestisce e li attraversa, dai consultori all’assessorato alle pari opportunità, dalle associazioni al Centro antiviolenza Donna Giustizia. Il questionario sulla vita quotidiana restituisce infine ciò che le statistiche non rilevano, cioè l’esperienza di chi vive la città giorno per giorno.
Diffuso tra ottobre 2025 e gennaio 2026, il questionario ha raccolto 1.260 risposte, che permettono di incrociare condizioni materiali, percezioni e pratiche quotidiane per genere, età, carichi di cura e zona di residenza. Trattandosi di una partecipazione volontaria, il campione restituisce una fotografia parziale della popolazione ferrarese. Le donne sono la grande maggioranza (997, contro 249 uomini e 11 persone trans, non binarie o che si sono definite in altro modo), prevalgono le fasce d’età tra i 35 e i 64 anni, mentre le persone più giovani e quelle con cittadinanza straniera o acquisita (24 in tutto) sono meno rappresentate. Nella lettura dei risultati si è tenuto conto del peso che ciascun gruppo ha nel campione rispetto alla popolazione. I dati sono presentati di norma disgregati per genere, le fasce d’età meno numerose sono state accorpate, tra i 14 e i 24 anni e dai 65 anni in su, e i risultati sono commentati solo per i gruppi con un numero di risposte sufficiente a mantenere contenuto il margine di errore. Le percentuali si riferiscono a chi ha risposto a ciascuna domanda e, lette accanto ai dati ufficiali e alle interviste, permettono di far emergere differenze che altrimenti resterebbero invisibili. I confronti di genere sono in gran parte binari perché nel questionario le persone trans o non binarie costituiscono un campione troppo piccolo per un’analisi separata.
L’Atlante si apre con un inquadramento sullo stato occupazionale e sulle dinamiche demografiche di Ferrara, che fa da cornice a tutto il resto, e prosegue con sei capitoli che vanno dal corpo allo spazio pubblico. Cura di sé guarda alla salute, ai consultori e all’interruzione volontaria di gravidanza; Cura di altre persone al lavoro domestico non retribuito, al lavoro di cura retribuito e ai servizi per la prima infanzia; Cura della comunità all’associazionismo, all’attivismo femminista e LGBTQIA+, all’accoglienza e alla qualità degli spazi urbani; Violenza e insicurezza raccoglie i dati sulla violenza di genere e sui servizi di contrasto e analizza la paura nello spazio pubblico, con un approfondimento sui quartieri Giardino, Arianuova e Doro; Mobilità legge gli spostamenti quotidiani, lo stato della rete ciclabile e il Piano urbano della mobilità sostenibile; Toponomastica chiude il volume con la memoria collettiva iscritta nei nomi delle strade.
L'occupazione femminile a Ferrara
Nel 2025 il tasso di occupazione femminile tra i 15 e i 64 anni in provincia di Ferrara è del 67,5%, contro il 79,2% degli uomini: quasi dodici punti di distanza, che restano anche dopo un anno in cui il dato femminile è salito di quattro punti, dal 63,5% del 2024. Il valore femminile è superiore alla media dell'Emilia-Romagna, ferma al 64,7%. Anche l'inattività resta sbilanciata: nella stessa fascia d'età le donne inattive sono il 28,4%, contro il 17,9% degli uomini, una su quattro è ancora fuori dal mercato del lavoro, anche se il dato resta più basso di quello regionale, pari al 32,1% (IRES Emilia-Romagna, 2026, su dati ISTAT).
La sola percentuale di occupazione però non mostra la qualità del lavoro, che per le donne resta più instabile. Nelle nuove assunzioni del settore privato (gennaio-settembre 2025, esclusi lavoro agricolo e domestico), a Ferrara il 90,2% delle donne è stato assunto con un contratto a tempo determinato, contro l'85,1% degli uomini. Il tempo parziale è il terreno in cui la differenza tra donne e uomini emerge con più evidenza. Nel lavoro dipendente privato a Ferrara è part-time il 52,7% delle lavoratrici, contro il 20,1% degli uomini, una quota più alta di oltre otto punti rispetto alla media femminile regionale (IRES Emilia-Romagna, 2026, su dati INPS 2024). Le nuove assunzioni seguono lo stesso andamento: la maggior parte dei contratti part-time attivati nelle nuove assunzioni riguarda donne, e lo stesso vale per due trasformazioni su tre da tempo pieno a tempo parziale (CISL Emilia-Romagna, 2026, su dati INPS). Lo squilibrio si ritrova nel salario. In un anno una lavoratrice guadagna in media 18.419 euro e un lavoratore 25.654, il 28,2% in più. Buona parte di questa distanza dipende dal part-time, che riduce le ore e quindi la retribuzione annua, a cui si sommano la maggiore presenza delle donne nei settori meno pagati e le interruzioni di carriera dopo la nascita dei figli. Il divario resta però anche tra chi lavora a tempo pieno, dove le donne guadagnano il 17,8% in meno, e attraversa tutte le qualifiche: un'operaia riceve in media 61,4 euro al giorno contro gli 88,1 di un operaio, un'impiegata 84,6 contro 123,9 (IRES Emilia-Romagna, 2026, su dati INPS 2024).
Nella maggior parte dei casi il part-time femminile nasce dalla necessità di tenere insieme lavoro e cura della famiglia, un carico che in Italia ricade ancora soprattutto sulle donne. Nel secondo trimestre del 2025 oltre 3,2 milioni di persone inattive in Italia dichiarano di restare fuori dal mercato del lavoro per responsabilità di cura familiare, e il 95,1% sono donne (Il lavoro di cura non retribuito in Italia. Risultati dell'indagine OIL-Federcasalinghe. Messaggi principali, Roma, OIL, 2025).
In Italia avere un figlio pesa sul lavoro delle madri molto più che su quello dei padri. A livello nazionale, nel 2025, tra le donne di 25-54 anni lavora il 68,7% di quelle senza figli e il 63,2% di quelle con almeno un figlio minorenne. Per gli uomini accade l’opposto: con un figlio il tasso di occupazione sale dal 78,1% al 92,8%. Anche le dimissioni raccontano la stessa storia: tra il 2022 e il 2024 le madri di bambini/e sotto i tre anni che hanno lasciato il lavoro sono passate da circa 5 a quasi 7 ogni mille lavoratrici (Save the Children, Le equilibriste 2026, su dati ISTAT). È un meccanismo che aiuta a leggere anche il dato ferrarese, dove l’occupazione femminile scende al 68,1% proprio tra i 25 e i 34 anni, mentre quella dei coetanei sale all'87,9%.
Quando il lavoro di cura esce dalle famiglie, spesso passa ad altre donne, e in larga parte straniere. A Ferrara, la presenza femminile straniera prevale nelle comunità dell'Est Europa, con oltre tre quarti di donne tra le persone ucraine e polacche residenti, un profilo che l'IRES collega proprio al lavoro di cura e domestico, dove è impiegato il 13,3% delle persone straniere che lavorano in provincia (IRES Emilia-Romagna, 2026, su dati INPS).
La crescita dell'occupazione femminile a Ferrara è un risultato concreto, ma la qualità del lavoro delle donne resta lontana da quella degli uomini, tra contratti più brevi, orari ridotti e retribuzioni più basse. La fatica di tenere insieme lavoro e cura accompagna anche le scelte di vita, a partire da quella di avere figli, e si ritrova nei dati demografici della provincia.
Demografia, natalità e invecchiamento della popolazione
Tutto questo avviene in un territorio che sta cambiando in fretta. Quello ferrarese è il più anziano della media regionale ed è l’unico dell’Emilia-Romagna per cui le proiezioni indicano un calo netto della popolazione nei prossimi decenni. Tra il 2015 e il 2025 ha perso il 3,8% dei residenti, il calo più marcato della regione (FISAC CGIL, 2026).
Se la popolazione tiene, è grazie a chi arriva da fuori. Nel 2025 il saldo naturale, cioè la differenza tra nascite e decessi, è di -2.826 unità, compensato da un saldo migratorio positivo di quasi 3.700 unità, tra spostamenti interni e arrivi dall'estero: ne risulta il primo bilancio demografico positivo degli ultimi dieci anni, e senza l'apporto delle migrazioni il calo della popolazione sarebbe molto più marcato (IRES Emilia-Romagna, 2026).
Basta guardare all'età dei residenti: al 1° gennaio 2026 le persone con 65 anni e più sono il 29,4%, e per ogni under 15 ci sono quasi tre over 65 (ISTAT, Indicatori demografici, Esploradati). E l’invecchiamento della popolazione è una questione di genere: le donne vivono mediamente più a lungo, con una speranza di vita alla nascita di quasi 86 anni in confronti agli 81 degli uomini, (ISTAT, Indicatori demografici, Esploradati). Vivere più a lungo significa anche, spesso, restare sole negli ultimi anni di vita. A Ferrara le famiglie composte da una sola persona sono oggi il 40,6%, più di due su cinque, e quasi un residente over 65 su tre (29,9%) vive solo (IRES Emilia-Romagna, 2026). Più persone anziane sole significano una domanda crescente di servizi domiciliari e di prevenzione dell'isolamento, e chiamano in causa il welfare locale.
Intanto nascono sempre meno bambine e bambini. Nel 2024 in provincia di Ferrara le nascite sono state 1.723, il valore più basso dal 1999 e quasi il 40% in meno rispetto al 2008 (ISTAT, Nati serie storica, Esploradati). Nel 2025 il numero medio di figli per donna si ferma a 1,1 e l'età media delle madri al parto è salita a 32,2 anni (ISTAT, Indicatori demografici, Esploradati).
Su questo calo pesano in modo non indifferente le condizioni in cui le donne decidono se avere figli. Le ricerche sulla bassa fecondità indicano nella divisione del lavoro domestico e di cura uno dei nodi principali. Secondo l'indagine ISTAT Famiglie, soggetti sociali e ciclo di vita del 2016, le donne in coppia tra i 20 e i 45 anni dichiarano di sostenere in media l'85% del carico domestico, mentre gli uomini attribuiscono alle partner una quota del 63%, e all'aumentare del carico femminile diminuisce la probabilità che le donne desiderino un figlio, soprattutto tra quelle che non ne hanno ancora. A pesare di più è l'incoerenza tra gli ideali di parità e le pratiche quotidiane, a cui le donne più giovani sono particolarmente sensibili. Nel 2022 il 18% delle giovani donne dichiara di non desiderare figli, contro il 12% dei giovani uomini: un dato che riflette gli squilibri nella conciliazione tra lavoro e famiglia e, insieme, la crescente legittimazione di una vita senza figli come percorso pienamente soddisfacente di realizzazione personale (Neodemos, Tutto quello che avreste voluto sapere sulla fecondità e non sapevate dove cercare, 2025).
A Ferrara questi meccanismi si intrecciano con un lavoro femminile più precario di quello maschile e con un carico di cura che, all’altro capo della vita, ricade ancora soprattutto sulle donne, in famiglia o come lavoratrici dell’assistenza. Il calo delle nascite diventa così una questione di genere prima ancora che demografica, e ogni risposta può partire solo dalla libertà di scelta delle donne. Perché la maternità sia una possibilità concreta per chi la desidera, servono politiche di lungo periodo che trattino la cura come una dimensione strutturale della pianificazione urbana, del welfare e del lavoro, e che sostengano una divisione più equa del lavoro domestico. Una città attenta alle questioni di genere riconosce che avere figli e scegliere di non averne sono decisioni ugualmente legittime, e lavora perché entrambe siano scelte davvero libere.
Servizi sanitari e medicina di genere a Ferrara
Da alcuni anni l'Azienda USL di Ferrara colloca la medicina di genere tra i propri obiettivi strategici. Il principio su cui si basa la scelta è il riconoscimento che le differenze biologiche e i determinanti socio-culturali incidono sull'insorgenza delle patologie, sulla risposta ai farmaci e sull'accesso stesso alle cure. L'equità sanitaria richiede quindi di tenerne conto lungo tutta la rete dei servizi, non solo negli ambulatori dedicati (AUSL Ferrara, Medicina di genere).
Nel territorio ferrarese questo principio si traduce in una divisione di compiti tra due realtà. Da un lato l'Azienda USL di Ferrara, che governa i servizi territoriali e si muove nell'ambito degli screening e della prevenzione; dall'altro l'Azienda Ospedaliero-Universitaria Arcispedale Sant'Anna, oggi nella sede di Cona, che prende in carico le emergenze, le visite specialistiche e tutti i casi che il territorio non può gestire in autonomia. In città il primo punto di accesso per i bisogni continuativi resta il consultorio familiare di via Boschetto ; accanto, l'ambulatorio di Malattie Infettive dell'Arcispedale Sant'Anna offre test HIV e sifilide gratuiti e anonimi ad accesso diretto , e la PrEP, la profilassi pre-esposizione per l'HIV. A completare il quadro c'è il terzo settore, che copre una domanda a cui il servizio pubblico da solo arriva in parte: la rete antidiscriminazione di Arcigay Ferrara "Gli occhiali d'Oro" presidia l'accompagnamento nei percorsi di affermazione di genere, ed è la stessa realtà che gestisce il Checkpoint, dedicato alla promozione della salute sessuale e alla prevenzione delle infezioni sessualmente trasmesse (IST).
Sul fronte della prevenzione oncologica femminile Ferrara ha due percorsi consolidati. Il Centro Senologico, con sede all'Ospedale di Cona e riconosciuto dalla Regione come struttura di riferimento provinciale, coordina l'intero iter diagnostico-terapeutico del tumore al seno attorno a una figura infermieristica case manager, che tiene insieme l'agenda e i passaggi tra specialisti al posto di chi è in cura; il percorso è gratuito, come da indicazioni europee di screening, ed è accompagnato da opuscoli su cura, riabilitazione e diritti . Lo screening del collo dell'utero, gratuito e su invito per le residenti tra i 25 e i 64 anni, ha aggiunto dal 2020 l'autoprelievo HPV, che sostituisce il prelievo in ambulatorio con uno fatto a casa e rimuove così l'ostacolo del tempo e/o dell'imbarazzo.
Essendo il capoluogo, Ferrara concentra ciò che nel resto della provincia è distribuito. L'equità dell'accesso dipende quindi meno da quanto sia ampia l'offerta e più da quanto sia praticabile: gli orari di sportello, la continuità del personale, la linearità del passaggio tra territorio e ospedale. Sono fattori che pesano soprattutto su chi ha meno tempo da spendere in attese e spostamenti fra strutture. Due criticità attraversano trasversalmente i servizi: le modalità di accesso non sono sempre omogenee, tra prenotazione e accesso diretto a seconda del servizio, e alcuni sportelli restano aperti poche ore al giorno. Inoltre, per la salute delle persone transgender, non è chiara la presenza di percorsi clinici specialistici sul territorio ferrarese, oltre al primo livello di orientamento offerto dalla rete antidiscriminazione di Arcigay (per una panoramica sui percorsi di affermazione di genere in Italia, visita la pagina Percorso di affermazione di genere in pillole della Società Italiana Genere Identità e Salute).
A presidiare la prevenzione e l'ascolto, oltre alle strutture pubbliche, sono due realtà associative: l'AIDM Ferrara lavora sulla medicina di genere in senso clinico e sulla parità professionale delle donne medico, ed è parte del Tavolo Salute Donna del Comune di Ferrara; ANDOS Comitato di Ferrara accompagna le donne operate al seno con un modello di cura condivisa, tra educazione terapeutica e consulenza fisioterapica.
Consultori familiari e interruzione volontaria di gravidanza
I consultori familiari sono servizi pubblici nati per tutelare la salute sessuale e riproduttiva, e sostenere maternità e genitorialità. A Ferrara città il presidio è il Consultorio Familiare - Servizio Salute Donna , dove un'équipe di ginecologhe, ostetriche e psicologhe segue tre percorsi: quello ginecologico (visita, contraccezione, ecografia, colposcopia, PAP-test/HPV-test, colloqui sessuologici, applicazione della Legge 194/78), quello della nascita (visita ostetrica, corsi gratuiti di accompagnamento, sostegno all'allattamento e al puerperio) e quello della menopausa). Il consultorio dedica inoltre alcune giornate alle donne con background migratorio, nello Spazio donne immigrate e i loro bambini, con mediatrice culturale, accesso libero e nessun obbligo di permesso di soggiorno, servizio presente anche negli sportelli di Cento e Portomaggiore).
Per i/le più giovani, lo Spazio Giovani - Centro Adolescenti segue la fascia 14-24 anni sul versante psicologico, in collaborazione con le équipe ostetrico-ginecologiche consultoriali.Per quanto riguarda l'interruzione volontaria di gravidanza, comincia anch'essa dal consultorio, o, per le più giovani dallo Spazio Giovani. Chi non ha ancora la certificazione si rivolge al consultorio o a una ginecologa di fiducia con un documento d'identità: la visita conferma la gravidanza e dà luogo al certificato, e il consultorio tiene il collegamento con il reparto ospedaliero, offre assistenza psicologica a chi la chiede e informa sulle associazioni di volontariato attive sul territorio. Chi ha già la certificazione accede direttamente e senza prenotazione all'ambulatorio IVG dell'Arcispedale Sant'Anna a Cona dove si sceglie tra la via farmacologica (RU486, entro 63 giorni) e quella chirurgica (entro 90) (AOU Ferrara, Interruzione volontaria di gravidanza; AUSL Ferrara, IVG - L. 194/78).
Nel 2024 gli interventi di interruzione volontaria di gravidanza sono stati 315 all’Azienda Ospedaliero-Universitaria, in calo rispetto ai 348 del 2023, e 59 all’Azienda USL. La parte più consistente si concentra a Cona, all’Arcispedale Sant’Anna, con 128 casi in ricovero e 187 in regime ambulatoriale presso i poliambulatori. Nell’area di Cento i 59 interventi dell’Azienda USL si dividono tra il reparto (20) e i poliambulatori (20) dell’Ospedale e il Consultorio Familiare (19), unica sede consultoriale della provincia in cui l’intervento si esegue. Per chi vive in città il percorso converge quindi sempre su Cona, con due finestre di un’ora a settimana per l’accesso libero, mentre nel territorio di Cento può concludersi nello stesso consultorio in cui è cominciato. Tra le residenti nel territorio dell’Azienda USL di Ferrara il certificato arriva dal consultorio in tre casi su quattro (76,5%), una quota sopra la media regionale (73,9%). La via farmacologica copre il 61,9% degli interventi dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria e il 66,1% di quelli dell’Azienda USL, in entrambi i casi sotto il 72,8% della regione. Sul percorso pesa anche la disponibilità di chi lo esegue: tra il personale dipendente dell’Azienda USL 16 ginecologi/ghe su 29 fanno obiezione di coscienza, il 55,2%, contro una media regionale del 38,8%, mentre nell’Azienda Ospedaliero-Universitaria la quota scende al 28,6%, 8 su 28. I tempi di attesa tra certificato e intervento sono tra i più lunghi dell’Emilia-Romagna: entro sette giorni si chiude il 18,6% dei percorsi dell’Azienda USL e il 21,6% di quelli dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria, contro il 54,8% regionale (Regione Emilia-Romagna, Relazione sull’interruzione volontaria di gravidanza in Emilia-Romagna. Dati 2024).
Il lavoro domestico non retribuito a Ferrara
Il lavoro di cura che non passa da un contratto resta fuori dalle statistiche ufficiali, e vale, secondo la stima dell'Organizzazione internazionale del lavoro, 60,7 miliardi di ore all'anno e 473,5 miliardi di euro, una cifra che equivale a circa il 26% del PIL italiano. Il 71% di quel valore è prodotto dalle donne (Organizzazione internazionale del lavoro e Federcasalinghe, Il lavoro di cura non retribuito in Italia. Risultati dell'indagine OIL-Federcasalinghe. Messaggi principali, Roma, OIL, 2025, le stime economiche poggiano sulla rilevazione ISTAT Uso del tempo del 2014, l’ultimo dato statistico raccolto in Italia).
Il questionario diffuso a Ferrara permette di vedere come quel divario si declini nella quotidianità. Alla domanda su chi si occupa delle mansioni domestiche nel proprio nucleo abitativo , il 91,4% delle donne risponde «io», contro il 73,7% degli uomini, mentre il 73,2% degli uomini indica il/la partner come corresponsabile, contro il 48,8% delle donne. Sono due facce della stessa fotografia che possono rappresentare anche due percezioni differenti delle responsabilità domestiche: le donne sono più propense a indicare sé stesse come principali responsabili rispetto a una condivisione equa, gli uomini invece segnalano un tasso uguale, abbastanza alto, di responsabilità individuale e condivisa.
Scendendo nel dettaglio delle singole attività, il quadro cambia molto a seconda del compito considerato. Le attività dove il divario è più ampio sono il bucato e le pulizie di casa. Per il bucato, il 39,2% delle donne dichiara di occuparsene esclusivamente da sola, contro appena il 3% degli uominiPer le pulizie di casa il divario è simile, con il 44,2% delle donne che se ne occupa in modo esclusivo o prevalente contro il 9% degli uomini.
Cucinare e lavare i piatti mostrano un divario più contenuto ma comunque netto: rispettivamente il 49,6% e il 40% delle donne dichiara di occuparsene in modo esclusivo o prevalente, contro il 23% e il 20,5% degli uomini. Fare la spesa è invece l'attività più condivisa tra tutte quelle rilevate, con quasi la metà di donne e uomini (45-46%) che dichiara di occuparsene insieme ad altre persone del nucleo. Le attività a maggiore ripetitività quotidiana e minore visibilità sociale, quindi, restano quasi interamente sulle donne, mentre quelle pianificabili e che comportano un'uscita dall'ambiente domestico si distribuiscono in modo più equilibrato, coerentemente con i ruoli di genere socialmente riconosciuti.
Il pattern si conferma tra le coppie eterosessuali, mentre tra le donne non eterosessuali, per esempio, l'incidenza del bucato «esclusivamente io» scende dal 39,9% al 22,6% e cresce la quota di chi lo condivide con altre persone del nucleo, dal 24,5% al 39,6%. Il dato suggerisce, con cautela, che nelle coppie non eterosessuali femminili il carico dei lavori domestici tenda a essere distribuito in modo meno polarizzato rispetto alle coppie eterosessuali, dove più spesso una sola persona si assume la maggior parte del lavoro.
Sulla quantità di tempo dedicato alla cura di altre persone le due curve di genere si separano nuovamente. Tra chi si prende cura di qualcuno, dedica alla cura più di nove ore al giorno il 10,1% delle donne e il 5,9% degli uomini, mentre resta sotto l'ora il 23,5% degli uomini e il 15,2% delle donne. Il divario si allarga dove la cura è più intensa: tra chi si occupa di bambine e bambini sotto i sei anni supera le nove ore quotidiane il 25,8% delle donne contro l'11,5% degli uomini.
Il lavoro di cura retribuito: colf, badanti e assistenti familiari
Il lavoro di cura retribuito è un comparto economico strutturato, che in Emilia-Romagna occupa 69.866 persone. È però un comparto che si sta restringendo mentre la domanda cresce: dal 2021 il numero di lavoratrici e lavoratori domestici regolari in regione è calato del 19,1% . Il settore ha una doppia concentrazione, di genere e di origine: in regione il 93% di chi lo svolge è donna e l’80% ha cittadinanza straniera, con l'Est Europa a fornire il 68% del totale; a Ferrara la quota straniera è del 78%. Tale forza lavoro ha anche un'età: il 79,6% di chi ci lavora ha almeno 45 anni, e la stessa forza lavoro che oggi assiste le persone anziane sta invecchiando insieme a loro, in quello che alcuni osservatori chiamano "care drain". (DOMINA Osservatorio nazionale sul lavoro domestico, 7° Rapporto annuale sul lavoro domestico).
A Ferrara il sottodimensionamento è più marcato che altrove. I dati INPS del 2024 contano in provincia 1.570 colf e 3.053 badanti: sono 9,4 badanti ogni cento persone con più di 80 anni, contro le 11,9 della media regionale (Focus regionale DOMINA). La copertura si assottiglia ancora allontanandosi dal capoluogo: rapportate alla popolazione con almeno 75 anni, le badanti regolari sono il 6,9% nel distretto che comprende la città e il 3,7% nel Sud-Est . La Regione, inoltre, stima che le badanti registrate all'INPS siano circa la metà di quelle effettivamente al lavoro. Il resto dell'assistenza o si compra in nero o si svolge gratuitamente in casa (Regione Emilia-Romagna, Direzione generale Cura della persona, salute e welfare, I lavoratori domestici e le azioni per l'emersione e la qualificazione del lavoro di cura svolto dalle assistenti familiari in Emilia-Romagna. Report 2024).
All'interno di questo quadro la Regione Emilia-Romagna ha messo in campo alcuni strumenti per attutire il carico sulle famiglie e sostenere la domiciliarità: l'assegno di cura per l'assistenza domiciliare alle persone anziane non autosufficienti e quello per le persone con disabilità grave, i contributi per l'adattamento dell'abitazione e dell'automobile, i centri per l'adattamento dell'ambiente domestico e il portale Caregiver, che raccoglie in un unico punto i servizi rivolti a chi assiste un familiare. Sul fronte dell'emersione, il Fondo regionale per la non autosufficienza finanzia programmi distrettuali con sportelli territoriali dedicati alle assistenti familiari e un contributo aggiuntivo all'assegno di cura per le famiglie che assumono regolarmente.
Servizi educativi per la prima infanzia e conciliazione tra cura e lavoro
I nidi sono il punto in cui la cura esce dalla casa e diventa servizio pubblico, e la loro disponibilità decide quanto del carico resti sulle famiglie. A Ferrara il Comune gestisce un sistema integrato di 16 nidi comunali, uno Spazio Bambini e 90 posti in nidi privati convenzionati, per un totale di 914 posti, oltre a dieci scuole dell'infanzia comunali con 791 posti e ai Centri Bambini e Famiglie come servizio integrativo (Comune di Ferrara, Servizi educativi 0-6 anni: aperte le iscrizioni, 2026). Nel anno educativo 2023/24, con oltre 60 posti ogni 100 bambini/e residenti tra zero e due anni, Ferrara è uno dei cinque capoluoghi italiani sopra la soglia nazionale di 31,6 posti ogni cento bambini (Openpolis, Asili nido, obiettivo 33% più vicino ma restano i divari, su dati ISTAT, 5 maggio 2026). Una parte di questa capacità è acquistata fuori: il bilancio comunale destina alle convenzioni con i gestori privati oltre 250 mila euro nel 2025 e circa 380 mila nel 2026.Per l'anno educativo 2024/2025 il Comune ha ripartito altri 59.998 euro di risorse regionali tra diciassette nidi privati convenzionati e sezioni primavera della città e delle frazioni, in proporzione agli iscritti e con una quota aggiuntiva dove sono presenti bambini con disabilità (Comune di Ferrara, 7 ottobre 2025). Sul costo per le famiglie agisce il contributo regionale finanziato con fondi europei, già noto come Al nido con la Regione e oggi come FSE+, che abbassa la retta nei nidi comunali e in quelli convenzionati per chi ha un ISEE fino a 26.000 euro, applicato direttamente dal Comune senza bisogno di domanda.
Spazio Bambini "Piccole Gru", via del Melo 46
Quando la scuola chiude e il lavoro no, la conciliazione si sposta sul calendario dei servizi estivi. Il Comune organizza i CRI, Centri Ricreativi Infanzia per chi frequenta nidi e scuole dell'infanzia, e i CRE, Centri Ricreativi Estivi per chi frequenta le scuole statali fino ai quattordici anni: nel 2026 sono 927 posti in venti plessi per tutto luglio, più due sedi aperte ad agosto per la fascia 0-6. La frequenza è sostenuta dallo stesso canale regionale, con un contributo fino a 100 euro a settimana per bambino entro un tetto stagionale di 300 euro, riservato alle famiglie sotto una determinata soglia ISEE; per chi ha una disabilità certificata il contributo spetta fino ai diciassette anni e senza limiti di reddito. Il bando distrettuale del 2026 vi destina 294.551 euro regionali, ai quali il Comune ne aggiunge 56.000 propri (Comune di Ferrara, Pubblicata la graduatoria dei centri estivi, 2026). Inoltre, nel mese di agosto interviene una misura comunale distinta, che per i bambini residenti fino a tre anni copre il 75% della retta settimanale, fino a 200 euro e per un massimo di tre settimane, senza soglia ISEE (Comune di Ferrara, Centri estivi, al via le iscrizioni per agosto, 2026).
L'attivismo femminista, la cultura di genere e la tutela dei diritti LGBTQIA+
Il nucleo femminista delle associazioni ferraresi mostra radici profonde. In via Terranuova convivono il Centro Donna Giustizia APS, centro antiviolenza di riferimento della città, l'Unione Donne in Italia, presente a Ferrara dal 1945 con uno sportello legale e un archivio, e il Centro Documentazione Donna, che dal 1980 conserva circa undicimila libri e un'emeroteca di testate femministe italiane e internazionali. Servizi, associazioni storiche e archivi raccolti nello stesso indirizzo custodiscono una memoria del movimento delle donne che in città non ha equivalenti. Accanto a queste, Leggere Donna cura dal 1980 l'omonima rivista, la prima in Italia dedicata esclusivamente alla produzione culturale delle donne, insieme alla casa editrice Edizioni Tufani; Non Una Di Meno Ferrara, sezione locale del movimento transfemminista nazionale, attiva mobilitazioni contro la violenza di genere e il sistema patriarcale; SessFem Ferrara, laboratorio autogestito sulla sessualità femminile, accompagna a riappropriarsi di linguaggio, corpi, piacere e identità.
Sul versante dell’elaborazione politica sulla città, il Forum Ferrara Partecipata ospita il gruppo di lavoro Ferrara, le donne e la città, nato per ripensare spazi e servizi urbani con gli strumenti dell’urbanistica femminista. Su un terreno vicino lavora FareDiritti, gruppo di mobilitazione civica che segue il territorio dal punto di vista della parità di genere e organizza seminari pubblici su lavoro, sanità e partecipazione femminile.
I presìdi dedicati alla comunità LGBTQIA+ a Ferrara non sono molti. Arcigay Ferrara «Gli Occhiali d'Oro» è da oltre vent'anni il riferimento cittadino per la comunità, e nella sua sede di via Ripagrande servizi e socialità abitano gli stessi spazi. Il Centro Antidiscriminazione accoglie chi ha subito discriminazioni o violenze per il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere, con un sostegno che va dal piano legale a quello psicologico fino all'orientamento al lavoro; il Checkpoint lavora sulla salute sessuale con test anonimi e gratuiti, aperti a tutta la cittadinanza; l'aula studio, i pomeriggi di giochi da tavolo e il gruppo di lettura offrono occasioni di incontro a chi fatica a trovare altrove un luogo in cui sentirsi visibile.
Anche l'accoglienza delle donne migranti si regge su poche realtà, che coprono però forme molto diverse di presa in carico. La cooperativa CIDAS gestisce a Ferrara i progetti del Sistema di Accoglienza e Integrazione, in piccoli appartamenti dove un'équipe accompagna le persone accolte verso una casa, un lavoro e la lingua, e porta la mediazione interculturale dentro il Consultorio Salute Donna di via Boschetto. La Caritas diocesana ospita dal 2014 a Casa Betania donne richiedenti asilo e rifugiate con le loro figlie e i loro figli, il Soroptimist Club Ferrara insegna italiano a donne immigrate e l'Associazione Cittadini del Mondo lavora più in generale su integrazione e diritti. Nadiya ONLUS ha una storia diversa: circa 1.600 iscritte, in gran parte arrivate dai paesi dell'ex area sovietica per lavorare come colf e badanti, che attorno a quel lavoro hanno costruito una sede d'incontro, un servizio di trasporto per persone malate e una casa di accoglienza temporanea per sole donne.
Infine, molte realtà nate per altri scopi hanno comunque un effetto di genere, perché presidiano gli spazi pubblici e riducono l'isolamento. Auser Ferrara, fondata nel 1989 da CGIL e SPI-CGIL, lavora sull'invecchiamento attivo e sul sostegno sociale, con un'attenzione dichiarata a migranti e donne. Il Centro di Promozione Sociale "La Resistenza", spazio autogestito dal 1985, e Wunderkammer, community hub nato nel 2011 attorno a musica e teatro, presidiano rispettivamente il quartiere della Resistenza e la Darsena con un'offerta culturale aperta a tutte le età. La Biblioteca Popolare Giardino, aperta dal basso nel 2019 al piano terra dell'ex Grattacielo di viale Cavour, offre prestito, laboratori e iniziative negli spazi del quartiere a chi non ha accesso a luoghi privati o a pagamento.
Accessibilità, uso e qualità degli spazi urbani
Muoversi a piedi a Ferrara significa misurarsi ogni giorno con la superficie della città: marciapiedi, attraversamenti, rampe, spazi condivisi con le biciclette. La possibilità di percorrerla con continuità, senza deviare o rinunciare, cambia molto a seconda di chi cammina e di come lo fa. Nel questionario sulla vita quotidiana l'ostacolo più segnalato è il marciapiede sconnesso o con buche, indicato dal 61,7% delle persone; seguono gli attraversamenti pedonali pericolosi (37,1%), gli ostacoli sui marciapiedi (34,7%), i marciapiedi troppo stretti (32,8%), i veicoli in sosta abusiva (32,%) e la sovrapposizione tra ciclabili e percorsi pedonali (29,2%), mentre solo il 7% dichiara di non incontrarne nessuno.
Su questo punto donne e uomini rispondono in modo molto simile: il marciapiede sconnesso lo segnala il 62,7% delle donne e il 63,2% degli uomini, e gli scarti più ampi, sull'assenza di rampe (23,4% contro 17%) e sugli ostacoli lungo i marciapiedi (36,4% contro 30,7%), restano di pochi punti, anche se significativi. A fare la differenza sono piuttosto il corpo con cui ci si muove e le persone che si accompagnano. Tra chi ha una disabilità la presenza di ostacoli sui marciapiedi sale al 53,9%, contro il 34,1% di chi non ne ha, l'assenza di rampe al 34,6% contro il 21,4% e gli attraversamenti pericolosi al 46,2% contro il 36,%, e nessuna persona con disabilità dichiara di muoversi senza barriere. Per molte persone un monopattino parcheggiato su un marciapiede risulta un semplice intralcio, per altre è dirimente per l’accessibilità e la libertà di movimento.
Lo stesso accade a chi si occupa di altre persone. Il marciapiede sconnesso, indicato dal 57,4% di chi non ha carichi di cura, sale al 66,7% tra chi si occupa di bambini/e sotto i sei anni, al 70,6% tra chi assiste persone con più di 75 anni e al 74,6% tra chi assiste persone con disabilità o non autosufficienti; chi accompagna i più piccoli segnala più spesso anche la mancanza di marciapiede (28,1% contro 20,8%) e di rampe (27,2% contro 21,6%). Spingere un passeggino, dare il braccio a una persona anziana, accompagnare una carrozzina: la città diventa più difficile quando si accompagna un’altra persona, ed è qui che le barriere incontrano il genere, perché quella cura pesa soprattutto sulle donne. Anche l'età sposta l’asse delle difficoltà. Il marciapiede sconnesso, segnalato tra il 58% e il 63% dai 25 ai 64 anni, sale al 78,9% tra i 65 e i 74 anni e al 74,3% dopo i 75, mentre chi ha tra i 14 e i 24 anni indica più di tutte e tutti i marciapiedi stretti (52,9%) e la sovrapposizione con le ciclabili (41,2%).
Accanto alla possibilità di attraversare la città c'è quella di fermarsi: sedersi in un parco, passare un pomeriggio in piazza, fare sport all'aperto. Sulla qualità degli spazi pubblici del proprio quartiere donne e uomini danno giudizi molto vicini: nel questionario la considera buona il 34,2% delle donne e il 36,3% degli uomini, media il 35,5% e il 31,6%, scarsa il 21,3% e il 20,3%. Il giudizio si fa più severo tra chi si prende cura di altre persone: considera scarsa la qualità del proprio quartiere il 26,6% di chi si occupa di bambine e bambini sotto i sei anni e il 26,6% di chi assiste persone con più di 75 anni, contro il 19,9% di chi non ha carichi di cura. La differenza di genere emerge invece quando si passa dal giudizio all'uso. I campi da basket, da calcio e da tennis e gli attrezzi fitness all'aperto, gli spazi che più apertamente invitano a usare il corpo, non li usa mai il 66,2% delle donne contro il 52,8% degli uomini.
Tra le persone più giovani lo scarto si allarga: tra i 14 e i 34 anni non usa mai queste attrezzature il 66,8% delle donne contro il 47,5% degli uomini. Per molti ragazzi il campetto è un posto dove capitare ogni tanto, mentre per molte ragazze resta un luogo in cui semplicemente non si entra. Il questionario non chiede il perché, ma le ipotesi sono note all'urbanistica femminista: attrezzature pensate attorno a sport di squadra praticati soprattutto da ragazzi, spazi molto esposti allo sguardo, una frequentazione che si consolida in gruppi già formati (per approfondire, consulta le Linee guida per uno spazio pubblico attento alle ragazze).
Stare a lungo fuori casa dipende anche dalla presenza di un altro servizio di base: i bagni pubblici. Qui i giudizi di donne e uomini tornano a coincidere, e sono severi: sulla quantità il 42,3% delle donne e il 44% degli uomini li considera per niente sufficienti, mentre quasi una persona su tre, il 31,6% delle donne e il 30,4% degli uomini, non sa esprimersi. Sulla qualità chi non sa rispondere sale al 43,6% tra le donne e al 38,3% tra gli uomini. Per molte persone i bagni pubblici sono semplicemente fuori dall'esperienza quotidiana della città. La mappatura dell'Atlante ne conta otto, quasi tutti in centro o a ridosso, con condizioni molto diverse tra loro: alcuni gratuiti e aperti con gli orari dei parchi.
Violenza di genere: dati e trend
A Ferrara, il Centro Donna Giustizia APS gestisce l'unico Centro Antiviolenza della provincia, riconosciuto dalla Regione all'interno del progetto sovradistrettuale Uscire dalla Violenza, che il Comune di Ferrara coordina dal 2011 e a cui aderiscono, contribuendo economicamente, tutti i Comuni del territorio provinciale. I numeri che seguono sono quelli del suo rendiconto annuale Report gennaio-dicembre 2025, salvo dove indicato diversamente. Nel 2025 il Centro ha accolto 448 donne, in crescita continua sui due anni precedenti (375 nel 2023, 408 nel 2024), e per il 69% di loro si è trattato di un primo accesso, o di una ripresa del percorso dopo un'interruzione superiore all'anno. Il volume dell'attività dà la misura di una domanda strutturale più che episodica: nel corso dell'anno 1.687 colloqui telefonici tra informazione, supporto ed emergenza, 1.360 colloqui personali e 2.823 contatti per via telematica.
Le forme di abuso non sono compartimenti stagni, e si sovrappongono nella storia della stessa donna. Sul totale delle violenze dichiarate dalle donne accolte nel 2025 il 36% è psicologica, il 27% fisica, il 18% economica, l'11% stalking, l'8% sessuale. Anche a Ferrara la violenza psicologica è quella che attraversa il numero più alto di percorsi, coerentemente con una dinamica di controllo prolungato che precede e accompagna i singoli episodi.
Le donne accolte sono in prevalenza adulte e italiane: il 62% delle accolte ha cittadinanza italiana, il 16% proviene dall'Est Europa, il 13% dall'Africa centrale e settentrionale, il 5% dall'Asia e il 2% dal Sud e Centro America; le fasce d'età più rappresentate sono quella dei 40-49 anni e quella dei 18-29. Il dato che più conta per la geografia dei servizi riguarda però la residenza: solo il 37% delle donne accolte abita nel comune di Ferrara, mentre il 49% arriva da altri comuni della provincia.
Per sopperire alle difficoltà delle donne che vivono nelle zone periferiche e limitrofe della provincia di raggiungere la sede, il Centro Donna Giustizia ha aperto sei sportelli antiviolenza decentrati nella provincia di Ferrara. Gli sportelli hanno seguito complessivamente 172 donne, 132 italiane e 40 di altri paesi: i più frequentati sono Ginestra a Cento (51 donne) e NONtiscordardiME a Copparo (44), seguiti da Viola ad Argenta (28), nato dal protocollo antiviolenza del distretto sud-est e aperto anche a Portomaggiore e Ostellato, Iris a Comacchio (23), Girasole a Bondeno (19) e Iris a Codigoro (7).
Sul lato di chi agisce violenza il quadro conferma quanto descrivono le rilevazioni nazionali: nel 26% dei casi l'autore è il coniuge, nel 26% un ex partner, nel 18% il convivente, nel 16% il padre o un figlio o una figlia, quote che non sono esclusive poiché una donna può subire violenza da più persone insieme. Chi aggredisce da una posizione di totale estraneità rappresenta solo il 2,5% dei casi (Angela Alvisi, presidente del Centro Donna Giustizia, in il Resto del Carlino Ferrara, 27 maggio 2026). Si tratta quasi sempre, quindi, di relazioni di fiducia e di intimità: una condizione che aggrava le conseguenze dell'abuso e rende più difficile nominarlo, chiedere aiuto, interrompere il ciclo. Per età gli autori si concentrano nella fascia 50-69 anni, e il 67% ha cittadinanza italiana.
Il 68% delle donne accolte nel 2025 ha figli o figlie, e nel 71% di quei casi i minori subiscono la violenza o vi assistono direttamente. L'ISTAT ne misura, a scala nazionale, l'effetto di lungo periodo: tra le donne che da bambine hanno assistito alla violenza del padre sulla madre, la quota che da adulte ne subisce sale al 44,5%, contro il 35,2% di chi non ha vissuto quell'esperienza (ISTAT, I Centri antiviolenza e le donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza – Anno 2024, 10 marzo 2026).
In caso di messa in protezione si attiva l’accoglienza residenziale e la serie storica 2022-2025 mostra due andamenti distinti. Le donne ospitate in bed and breakfast in emergenza crescono senza interruzioni: 48 nel 2022, 59 nel 2023, 68 nel 2024, 81 nel 2025. I figli e le figlie al seguito oscillano invece da un anno all'altro (50, 37, 76, 65), segno che a cambiare è anche la composizione dei nuclei che arrivano. Le case rifugio, che offrono un percorso più strutturato con tre strutture a indirizzo segreto e venticinque posti letto, si muovono su numeri più piccoli e senza una direzione netta (17 donne nel 2022, 23 nel 2023, 16 nel 2024, 21 nel 2025) un andamento che dipende probabilmente anche dai posti disponibili in un dato momento, più che dalla curva della domanda. I giorni complessivi di permanenza in casa rifugio, donne e figli insieme, sono stati 2.992 nel 2025 contro un picco di 5.042 l'anno precedente, a indice di percorsi mediamente più brevi.
I canali attraverso cui si arriva al Centro dicono qualcosa sul funzionamento reale della rete. Il primo è quello informale: familiari, parenti, amiche e amici, il 16% dei casi, seguito dai servizi sociali (12%), dai Carabinieri (11%), dal sito internet (8%), dal pronto soccorso (7%) e dal numero verde 1522 (6%). La prossimità precede l'istituzione: chi decide di uscire dalla violenza passa più spesso da una persona conosciuta che da un canale dedicato. Quanto di tutto questo resti sotto la soglia lo si intuisce dal tasso di denuncia, che l'ISTAT colloca a livello nazionale al 43,4% e che sale al 49,4% quando l'autore è un ex partner: la fine della relazione si conferma il momento di massima esposizione al rischio.
Il nodo più critico, per come emerge dal materiale raccolto, resta quello dei tempi. Gli strumenti d'urgenza esistono e sono numerosi, ma la loro rapidità sulla carta non coincide con quella dei procedimenti: a scala nazionale solo il 18,7% dei provvedimenti di allontanamento o di divieto di avvicinamento viene emesso entro sette giorni dalla richiesta, mentre il 31,1% richiede oltre un mese. Sull'esito di lungo periodo pesa soprattutto l'autonomia economica: percorsi di sostegno compresi tra uno e cinque anni aumentano di quasi cinque volte la probabilità di raggiungere gli obiettivi concordati, mentre l'assenza di un reddito proprio la dimezza (ISTAT, I Centri antiviolenza e le donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza – Anno 2024, 10 marzo 2026).
Servizi a contrasto della violenza di genere
Il contrasto alla violenza di genere in Emilia-Romagna poggia su un impianto normativo consolidato: la legge regionale 6/2014 sulla parità e contro le discriminazioni, le linee di indirizzo che l'hanno accompagnata, il Piano regionale contro la violenza di genere adottato nel 2021 (Regione Emilia-Romagna, DAL n. 54/2021), e a Ferrara si traduce in una rete dalla geometria riconoscibile. In tutta la provincia esiste un solo Centro Antiviolenza: rapportata a una popolazione provinciale di circa 340.000 persone, è una dotazione inferiore alla media nazionale, che l'ISTAT colloca intorno a 1,3 centri ogni 100.000 donne (ISTAT, I Centri antiviolenza e le donne che hanno avviato il percorso di uscita dalla violenza – Anno 2024, 10 marzo 2026).
Nel Centro Donna Giustizia la donna viene ascoltata e accompagnata in un percorso di rielaborazione della violenza subita; può inoltre accedere a consulenze legali e psicologiche o usufruire dello sportello lavoro. Allo stesso Centro appartengono due programmi con logiche proprie: Oltre la Strada, attivo a Ferrara dal 2000 all'interno del programma regionale, accompagna le persone vittime di tratta e di grave sfruttamento sessuale o lavorativo: nel 2025 ha accolto 32 persone, tra cui venti donne e tre donne transgender, con 486 colloqui e altrettanti accompagnamenti; Luna Blu lavora sulla tutela sanitaria delle persone che esercitano sex work e sul monitoraggio delle aree critiche cittadine, con 123 persone prese in carico nel 2025 tra unità di strada e presenza sui canali online.
Sull'altro versante, quello dei percorsi rivolti agli uomini che agiscono violenza, la provincia dispone di due presìdi, il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti e il Centro Liberiamoci dalla Violenza dell'AUSL, entrambi partner del Centro Donna Giustizia nella prevenzione e nel monitoraggio delle buone prassi, con sede in città e sportelli decentrati sul territorio: essi rappresentano lo strumento con cui il sistema prova ad agire sulla recidiva, a monte della protezione delle vittime.
Questa rete di centri e sportelli è tenuta insieme dal Protocollo d'intesa per la promozione di strategie condivise finalizzate alla prevenzione ed al contrasto del fenomeno della violenza nei confronti delle donne e dei minori, sottoscritto in Prefettura il 21 novembre 2023, di durata triennale e aperto a nuove adesioni. I firmatari coprono un perimetro largo, che va oltre le forze dell'ordine e i servizi: magistratura ordinaria e minorile, Questura, Carabinieri e Guardia di Finanza, Università di Ferrara, le due aziende sanitarie, Ordine degli Avvocati, Ufficio Scolastico, i Comuni di Ferrara, Cento e Codigoro, il Centro Donna Giustizia e il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti. Tra gli strumenti previsti, quello che incide più direttamente sui tempi è il Pronto Intervento Sociale (PrIS), che garantisce una risposta immediata alle situazioni di emergenza fuori dall'orario ordinario dei servizi sociali, il momento in cui la richiesta di aiuto arriva più spesso.
Sul fronte comunale l'impegno dell'Assessorato alle Pari Opportunità si è concentrato su sensibilizzazione e formazione, tramite una campagna per la conoscenza del numero 1522 che ha coinvolto il tessuto commerciale della città nel 2024 (Cronaca Comune, 13 novembre 2024), e un ciclo di quattro webinar, negli anni 2025/26, rivolto al personale dell'ente, su nozioni legali in materia di violenza di genere, su mobbing, stalking e molestie sessuali come reati, sugli aspetti psicologici della violenza e sulla gestione delle dinamiche tossiche nei luoghi di lavoro; a condurli un'avvocata e due psicologhe dell'associazione DonneXStrada e della start-up Viola (Cronaca Comune, 15 aprile 2026). DonneXStrada è la stessa organizzazione che coordina la rete dei Punti Viola: esercizi commerciali il cui personale è formato per riconoscere una situazione di rischio e offrire un primo riferimento, e che a Ferrara sono per ora quattro.
Uscire dalla violenza richiede tempo e richiede soldi propri. A sostegno di queste necessità intervengono il Reddito di Libertà, contributo mensile erogato dall'INPS che la Regione integra con fondi propri oltre allo stanziamento nazionale, il congedo indennizzato fino a tre mesi per le lavoratrici inserite in percorsi di protezione, e i finanziamenti regionali per il supporto psicologico ai figli e alle figlie che hanno assistito alla violenza. Tali importanti misure, tuttavia, sono pesantemente condizionate dalle risorse economiche dedicate, spesso insufficienti per soddisfare la reale domanda e per accompagnare le donne vittime di violenza verso una piena autonomia.
I dati relativi alle molestie nello spazio pubblico
Il questionario sulla vita quotidiana conferma a Ferrara il divario di genere che le rilevazioni nazionali descrivono. Una donna su quattro (24,2%) dichiara di aver subìto molestie almeno una volta negli ultimi cinque anni, contro il 2,8% degli uomini. Sulle violenze sessuali, l’8,2% delle donne riferisce almeno un episodio nel corso della vita.
Il dato si fa più nitido disaggregando per età. Tra le donne di 14-24 anni solo il 44,7% dichiara di non aver mai subìto molestie, contro l'83-95% dai 45 anni in su: l'esposizione si concentra nella prima età adulta e si attenua con il passare degli anni. Una seconda linea di frattura passa per l'orientamento sessuale, tra le donne non eterosessuali la quota di chi non ha mai subìto molestie scende al 54%, contro il 75,8% delle donne eterosessuali.
Un dato che il questionario ferrarese isola con particolare nettezza riguarda chi c'era. Nel 48,5% dei casi le persone presenti non si sono accorte di nulla, e in un ulteriore 24,2% se ne sono accorte senza intervenire: quasi tre episodi su quattro si consumano senza alcun intervento esterno.
Il fenomeno resta comunque in larga parte sommerso. Il 75% delle donne che hanno subìto violenza sessuale non ha denunciato, e solo il 7,7% lo ha fatto subito. Tra le ragioni della mancata denuncia prevale la percezione che l'episodio non fosse abbastanza grave (53,9%), seguita dalla sfiducia nelle forze dell'ordine (35,9%) e dalla mancanza di prove concrete (28,2%): la prima motivazione è la stessa che emerge dalle rilevazioni nazionali, e racconta quanto la soglia di ciò che vale la pena denunciare sia stata interiorizzata verso l'alto.
C'è infine un disallineamento che riguarda direttamente la comunicazione dei servizi. Il 77,9% del campione dichiara di non aver mai avuto necessità di rivolgersi a un centro antiviolenza o a un centro per uomini autori di violenza, ma il 10,1% non ne conosce l'esistenza, quota che sale al 14,8% tra gli uomini e che, per età, si muove all'inverso rispetto all'esposizione: il 25,5% delle donne di 14-24 anni, la fascia più colpita dalle molestie, non sa che questi servizi esistono, contro il 7,4% delle over 65. Emerge pertanto l’esigenza prioritaria di promuovere i CAV mediante campagne pubbliche e canali maggiormente fruibili soprattutto dalle giovani generazioni, come l'inserimento di percorsi di educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Un processo che necessita di tempo e risorse, fattori spesso sacrificati dal dover rispondere alle richieste impellenti di supporto e aiuto, nonché la volontà politica da parte delle istituzioni.
Il ruolo della paura nell'esperienza della città
Il questionario mostra anche quanto la paura strutturi le abitudini di mobilità serale. Per oltre la metà delle donne del campione (51,6%) la paura condiziona la scelta di uscire la sera, e per il 16,7% ne è la ragione principale; tra gli uomini la quota complessiva si ferma al 21%, con appena il 3,3% che la indica come motivo prevalente. Il 17% delle donne dichiara di non uscire mai da sola la sera, contro il 6% degli uomini.
Lo stesso divario si legge nella sicurezza percepita vicino a casa. Alla domanda se ci si sente sicuri a piedi di sera nella zona in cui abitano, il 26,4% degli uomini risponde "molto" contro il 9,3% delle donne, mentre poco o per niente sicure sono il 21,4% delle donne e il 10,9% degli uomini.
Il gradiente per età è netto e va in una chiara direzione: tra le donne e le ragazze di 14-24 anni l'87% dichiara che la paura incide sulle proprie uscite serali, e per il 52,2% ne è la ragione principale, mentre scende all'11,5% tra le 55-64enni. Sono le più giovani a muoversi meno liberamente, la stessa fascia che risulta la più esposta alle molestie e la meno informata sull'esistenza dei servizi antiviolenza.
Su cosa generi tale paura, le risposte disegnano una geografia precisa. Le donne indicano come fattori rilevanti la presenza di persone in stato di alterazione (65%), lo spaccio (55,3%), l'illuminazione carente (53,2%) e la reputazione negativa di un luogo (52,9%). Ma la differenza più marcata rispetto agli uomini riguarda un'altra voce: la prevalenza di persone di genere maschile pesa per il 55% delle donne e per il 19,6% degli uomini, a mettere in luce ancora che l’oggetto della paura femminile è un soggetto ben preciso.
Se si accostano questi numeri a quelli del paragrafo precedente emerge un ormai conosciuto paradosso: le donne per cui la paura condiziona le uscite serali sono il 51,6%, mentre chi riferisce di aver subìto molestie nello spazio pubblico negli ultimi cinque anni è il 24,2% e chi ha subìto una violenza sessuale nel corso della vita l’8,2%. Sebbene le due grandezze non siano perfettamente sovrapponibili (una misura un comportamento attuale, l'altra un'esperienza collocata nel tempo), la distanza resta troppo ampia perché la sola esperienza diretta possa spiegarla. La paura circola molto oltre chi l'ha vissuta: si trasmette per educazione, per racconto, per cronaca, e agisce come una forma appresa di cautela femminile il cui effetto misurabile è restringere il raggio di movimento personale. Nella stessa direzione va un ultimo scarto, tra chi la paura indica come minaccia e chi la violenza la agisce davvero: i gruppi di uomini sono segnalati dal 55% delle intervistate, mentre tra le donne accolte dal Centro Donna Giustizia l'autore è uno sconosciuto solo nel 2,5% dei casi (Angela Alvisi, presidente del Centro Donna Giustizia, in il Resto del Carlino Ferrara, 27 maggio 2026).
I quartieri Giardino, Arianuova, Doro tra reputazione ed esperienza
Alla domanda su quali zone della città siano percepite come pericolose, una risposta domina tutte le altre: il quartiere Giardino-Arianuova-Doro è indicato dal 60,6% del campione, quasi tre volte più di via Bologna (23,2%) e della Zona Nord (21,2%). È una convergenza maggioritaria sia tra le donne sia tra gli uomini, con uno scarto di circa sette punti percentuali: lo indicano il 62% delle donne e il 55% degli uomini.
Il dato si fa più interessante quando si separa chi ci abita da chi no. Il quartiere è indicato come pericoloso dal 55% di chi vi risiede e dal 61,4% di chi abita altrove: la reputazione, cioè, è più severa vista da fuori che da dentro, e chi conosce il quartiere lo giudica un po' meno duramente di chi non lo attraversa quotidianamente.
Tra le persone residenti nella zona la presenza di spaccio è indicato come fattore di insicurezza dal 56,9%, contro il 44,2% del centro, circa il doppio rispetto alla presenza di persone senza fissa dimora (25,8%) e di persone di etnia diversa dalla propria (30,7%). Per chi abita il quartiere la paura si lega dunque a un'attività concreta e localizzabile, mentre la reputazione generale pesa di più vista da fuori.
Su questo scarto si è innestata HER MAPS, la mappatura collettiva realizzata nell'ambito di questo Atlante. Il 31 marzo 2026, al Consorzio Wunderkammer di via Darsena, donne residenti o frequentatrici della zona hanno lavorato su una mappa cartacea del quartiere, segnalando prima i luoghi vissuti come ostili o poco accessibili, poi quelli percepiti come sicuri e vitali. Ne è uscita una doppia mappa, di criticità e di risorse, restituita per intero nel report dedicato, a cui si rimanda per la lettura strada per strada (Sex & the City APS, HER MAPS. Mappatura collettiva dei quartieri Giardino, Arianuova e Doro, marzo 2026).
Da questa esperienza ne esce un'indicazione che vale oltre la zona Giardino, Arianuova, Doro. La sicurezza percepita dalle donne è una funzione della vitalità: dove le attività restano aperte, dove qualcuno riconosce chi passa, dove lo spazio è abitato in più ore del giorno, la paura si allenta. La mappa delle risorse della zona è fatta in buona parte di kebab e pizzerie aperti fino a tardi, di negozi di quartiere, di attività dei residenti arrivati più di recente: sono questi, nel racconto delle partecipanti, i luoghi che tengono accesa la strada la sera. Una riqualificazione orientata all'esclusione, alla gentrificazione e alla turistificazione rimuove proprio ciò che oggi produce sicurezza. Sostenere i presìdi esistenti, mescolare gli usi, allungare le ore in cui un quartiere è abitato e riconoscere valore a chi già lo abita è la direzione da sostenere.
La mobilità a Ferrara: dati e pratiche di spostamento
La mobilità della cura è il nome che gli studi di genere danno agli spostamenti fatti per conto di altre persone o per il funzionamento della vita domestica: accompagnare bambini/e a scuola, portare una persona anziana dal medico, fare la spesa, gestire commissioni. Sono viaggi brevi, frequenti, spesso a catena, fatti fuori dalle ore di punta e con carichi (borse, passeggini, carrozzine, ecc.) e sono anche quelli che tendenzialmente il sistema di trasporto progettato sul pendolarismo casa-lavoro serve peggio. È in questo quadro che il questionario sulla vita quotidiana prova a inserirsi, leggendo le differenze di genere alla scala della città.
Per quanto riguarda le modalità di spostamento, donne e uomini dichiarano quote simili sulla mobilità dolce: il 55,2% delle donne si sposta a piedi e il 46,2% in bicicletta o monopattino, contro il 59,1% e il 48,3% degli uomini. Anche per quanto riguarda l'automobile le quote sono quasi identiche, con le donne di poco sopra: il 68,7% contro il 66,9%. Chi in famiglia usi di più i veicoli privati è però un'altra questione: gli uomini si includono tra gli utilizzatori principali dieci punti più delle donne (78,7% contro 69%), e le donne indicano più spesso di loro il partner (44,5% contro 39,1%), segno che l'uso prevalente dell'automobile di casa resta più spesso maschile. Il dato nazionale va nella stessa direzione e la rende più netta: le donne usano l'automobile come passeggere nel 15,7% dei loro spostamenti, contro il 4,9% degli uomini (Isfort, Osservatorio Audimob, dati 2024, citato in Elementi per una Carta della Mobilità delle Donne). Anche chi non abita a Ferrara, infine, raggiunge la città quasi solo in automobile: oltre il 91% sia tra le donne sia tra gli uomini.
Sul numero di spostamenti quotidiani le differenze di genere sono contenute, ma il divario si allarga con la presenza di bambini/e sotto i sei anni a carico: il 17,6% delle donne dichiara 5 commissioni o più al giorno contro il 4,8% degli uomini, a sostegno di una maggiore frammentarietà della mobilità sulle spalle delle donne. Il contenuto degli spostamenti conferma questa lettura. Tra chi abita a Ferrara, l lavoro retribuito è il motivo di uscita più frequente per entrambi i generi, con uno scarto minimo (80,7% delle donne contro 83,3% degli uomini), mentre le donne indicano le commissioni domestiche quasi 25 punti in più rispetto agli uomini (66,4% contro 41,8%) e l’attività di cura non retribuita nel 27,3% contro il 18,2%. Anche l’utilizzo di servizi (12,2% contro 7,7%), la socialità (39,8% contro 33,3%) e le attività ricreative (20,6% contro 17,1%) vedono le donne sopra gli uomini, che prevalgono invece nelle uscite per passeggiare (46,9% contro 41,2%) e per fare sport (32,4% contro 28,5%). Gli spostamenti attribuiti ad attività di cura non retribuita non coincidono per forza con gli anni della maternità: le donne tra i 45 e i 54 anni la indicano come motivazione nel 28% dei casi, contro il 15,2% di quelle tra i 35 e i 44.
Uso dei mezzi pubblici
Il trasporto pubblico ferrarese ha un'utenza segmentata, e il PUMS lo sa da tempo. Già nelle Linee di Indirizzo del PUMS (Piano Urbano della Mobilità Sostenibile) del 2016 si legge che l'aumento dell'utenza del 20% rispetto al decennio precedente «non modifica dall'altro lato la composizione in cui si segmenta (studenti, popolazione anziana e persone senza patente, donne e fasce a basso reddito non automunite) che "per necessità" si rivolgono al vettore pubblico». Il questionario sulla vita quotidiana, dieci anni dopo, misura una composizione simile a quella che il piano descriveva nel 2016.
L'utilizzo dell'autobus è dichiarato dal 13,1% delle donne e dall'8,6% degli uomini, e la sua utenza si concentra agli estremi della vita adulta: lo usa il 39,3% delle persone tra i 14 e i 24 anni, quota che crolla al 19,2% tra i 25 e i 34 e tocca il minimo del 6,2% tra i 35 e i 44, per poi risalire a circa il 13% oltre i 65, una curva speculare a quella dell'automobile: il mezzo pubblico serve principalmente chi non guida ancora e chi ha smesso di guidare.
Ma è la variabile della cittadinanza a produrre e lo scarto più ampio: il 44,4% di chi ha cittadinanza acquisita o non italiana si sposta in autobus, quasi quattro volte l'11,9% di chi ha la cittadinanza italiana dalla nascita. La condizione economica va nella stessa direzione, con l'autobus al 20,5% tra chi fa fatica a rispondere ai bisogni primari e all'8,9% tra chi può accedere a spese extra. Il divario di genere si apre dove le alternative esistono: mentre tra chi arriva al massimo ai bisogni primari donne e uomini usano l'autobus quasi allo stesso modo, tra chi accede a spese extra le donne restano al 12,2% e gli uomini scendono a zero. Gli uomini abbandonano il mezzo pubblico quando possono; le donne continuano a usarlo. Anche chi raggiunge Ferrara da fuori lo usa in quota simile tra i generi, il 10,5% delle donne e il 9,5% degli uomini, mentre sul treno la differenza torna: il 9,8% contro il 4,8%.
Le criticità percepite riguardano soprattutto il tempo. Le donne indicano la scarsità del numero di corse nel 56,2% dei casi contro il 45,3% degli uomini, e gli orari non corrispondenti ai propri bisogni nel 42,4% contro il 35%. Le donne segnalano anche la scarsa accessibilità fisica più del doppio degli uomini (6,5% contro 2,9%), coerentemente con lo spostarsi più spesso con il carico di cura. Le stesse critiche cambiano con l'età. Costi e orari sono un problema delle persone più giovani: i costi troppo alti sono indicati dal 42,9% di chi ha tra i 14 e i 24 anni e dal 19,8% di chi ne più di 65, e gli orari non corrispondenti passano dal 55,1% delle 14-24enni al circa 25% delle over 65. Sull'età avanzata pesano invece il disegno della rete, con i tragitti inadeguati al 40,5% tra i 55 e i 64 anni, e l'accessibilità fisica, che sale dal 3,9% della stessa fascia al 9,38% tra i 65 e i 74 anni e al 13,6% oltre i 75.
La cittadinanza cambia il tipo di critica più che la sua intensità: su una voce la distanza è totale, e non parla del servizio: «sono mal frequentati» è indicata dal 20,3% di chi ha la cittadinanza italiana dalla nascita e da nessuno tra chi ha cittadinanza acquisita o non italiana, indice di un panorama in cui il senso di pericolo ha una codificazione ben precisa.
Il PUMS di Ferrara: obiettivi, target, investimenti
Il Piano Urbano della Mobilità Sostenibile (PUMS) di Ferrara arriva in fondo a un percorso lungo iniziato nel 2016 e concluso nel 2019 con l’approvazione del Consiglio comunale. L'impianto poggia su tre sovra-obiettivi recepiti da politiche europee, nazionali e regionali all'orizzonte 2030: la riduzione del 20% dei flussi di traffico dentro il centro abitato rispetto al 2014, in coerenza con il PAIR 2020 della Regione Emilia-Romagna; la riduzione di almeno il 40% delle emissioni di gas serra rispetto al 1990, in coerenza con l'Accordo di Parigi; la riduzione del 50% dell'incidentalità stradale «con particolare attenzione alle componenti più vulnerabili (bambini, anziani, pedoni, ciclisti ecc.)», in linea con la Vision Zero europea. Da lì discendono sei obiettivi generali (qualità dell'aria, sicurezza stradale, mobilità sostenibile, equità, sicurezza e inclusione sociale, qualità ambientale, efficienza economica) declinati in quindici obiettivi specifici. Il percorso partecipativo ha prodotto una graduatoria degli obiettivi generali, e leggerla dice molto: qualità dell'aria e sicurezza stradale risultano prioritari, mentre mobilità sostenibile, qualità ambientale ed «equità, sicurezza ed inclusione sociale» vengono classificati come complementari. Dai questionari raccolti emergono due temi su tutti: «il trasporto pubblico non è un'alternativa valida» ricorre ventiquattro volte tra gli ostacoli segnalati, e il potenziamento delle ciclabili sedici volte tra le richieste.
Il genere come lente di analisi è presente soltanto all’inizio del percorso, ma negli obiettivi la dimensione scompare del tutto. La stessa richiesta arriva oggi dal settore: la Carta della Mobilità delle Donne chiede che i Piani Urbani della Mobilità Sostenibile considerino la dimensione di genere «tanto nella parte analitica (dati) quanto nelle proposte/soluzioni» e che il bilancio di genere diventi lo strumento con cui si misura l'impatto delle politiche di mobilità.
I target al 2030 sono ambiziosi e a volte oltrepassano gli obiettivi regionali: rete ciclabile da 183 a 234 chilometri, aree pedonali da 5 a 23 ettari, ZTL estesa da 1,3 a 4,5 chilometri quadrati fino a coprire tutto il centro entro le mura, quota di spostamenti in bicicletta al 30% e sul trasporto pubblico al 20%. Il primo bilancio, a tre anni dall'approvazione, restituisce un'attuazione a due velocità: le zone 30 quasi raddoppiano, mentre la ZTL non aumenta, e i lavori sul trasporto pubblico procedono «a rilento» (Monitoraggio del Piano Urbano della Mobilità Sostenibile, Comune di Ferrara).
La distribuzione degli investimenti inseriti nel PUMS dice in quale ordine quelle strategie stiano davvero. Dei 78,9 milioni previsti dal programma di attuazione, 56 vanno al trasporto privato tra rete stradale e sosta, 15,3 alle infrastrutture ciclabili, 6,5 al trasporto pubblico e 1,1 alla mobilità pedonale: camminare riceve l'1,4% del totale contro il 71% destinato al trasporto privato, anche al netto della quota che serve a spostare il traffico fuori dal centro. L'unica voce che prende in carico direttamente uno spostamento di cura è il Piedibus, che a Ferrara funziona con accompagnatori assunti dal Comune tramite le cooperative di prescuola, affiancati, quando ci sono, da volontari/e.
La rete ciclabile e la prossimità come infrastruttura
Ferrara è conosciuta per la sua virtuosa dimensione ciclabile e questo è confermato dai dati: quasi una persona su due dichiara di spostarsi in bicicletta o in monopattino (il 46,2% delle donne e il 48,3% degli uomini). I progetti legati alla ciclabilità sono molteplici, tra cui la Bicipolitana, che si caratterizza di otto itinerari con un colore e un nome ciascuno, segnalati da cartelli direzionali, pittogrammi a terra e tabelle che riportano lo schema del percorso, i tempi tra un nodo e l'altro e un pallino colorato per indicare dove ci si trova, agendo su una dimensione di orientamento. Questa logica ha un precedente pedonale, il Metrominuto, ovvero la mappa delle distanze e dei tempi di percorrenza tra i luoghi di interesse, realizzata dal Centro IDEA del Comune e presentata nel febbraio 2016, che trasforma i luoghi riconoscibili in fermate collegate da linee pedonali, con metri e minuti su ogni tratta calcolati a quattro chilometri l'ora. L'obiettivo dichiarato è rimuovere «anche gli ostacoli dell'incertezza riguardo alla distanza e ai tempi di percorrenza, che può indurre le persone a non spostarsi a piedi», e il documento propone di ribaltare una gerarchia della mobilità che oggi «assegna all'automobile il primo posto per finire ai piedi che si usano quando proprio non se ne può fare a meno» (Metrominuto Ferrara: ecco la mappa delle distanze a piedi nel centro città, Listone Mag).
Sulla stessa rete lavora Air Break, progetto europeo che ha portato in città quattro smart hub (pensiline attrezzate per la ciclabilità collocate in punti di passaggio) e un tratto di ciclabile «intelligente» tra via del Mulinetto e la facoltà di Ingegneria, oltre a una rete di sensori sulla qualità dell'aria.
A Ferrara il modello della prossimità funziona dentro le mura ma si interrompe fuori. È verso le frazioni che la scelta tra automobile e mobilità attiva si decide davvero, perché lì la distanza smette di essere pedalabile e il servizio pubblico si dirada nelle stesse ore in cui la mobilità della cura si muove. Tre livelli si intrecciano nel lavoro dei prossimi anni: la continuità e la qualità percepita della rete ciclabile, la frequenza del servizio pubblico nelle fasce che la mobilità della cura usa davvero, e la misura di ciò che è stato realizzato rispetto a quanto il piano si era proposto nel 2019.
Toponomastica e memoria collettiva
È interessante anche osservare a che al tipologie di figure femminili sono dedicati gli spazi pubblici. Quasi sempre tra le donne prevalgono figure religiose, presenti anche a Ferrara, ma in questo caso la parte più consistente è fatta di figure storiche e politiche. Ci sono le donne della corte estense, Eleonora d’Aragona, Renata di Francia, Lucrezia Borgia e Marfisa d’Este, e le patriote del Risorgimento come Rosa Angelini e Carolina Scutellari. Il Novecento porta i nomi di Rina Melli, che nel 1901 fondò il giornale socialista femminile «Eva», della matematica Margherita Beloch e delle partigiane Iolanda Bonfieni e Nives Gessi. Tra loro c’è anche Luisa Gallotti Balboni, eletta nel 1950 prima sindaca di un capoluogo di provincia in Italia. Ci sono anche donne comuni, ricordate per quello che hanno fatto per la città, come Concetta Pusinanti, la mugnaia che durante la guerra donò farina alle famiglie povere. Ferrara rivendica quindi una tradizione storica femminile importante, e, sebbene con enormi squilibri, lo fa meglio di altre città italiane.
Per quanto riguarda la percezione del tema nel senso comune, il questionario ha rilevato che il 67% delle donne ritiene lo squilibrio assolutamente rilevante per la parità di genere, contro il 46% degli uomini, mentre lo giudica per niente rilevante il 3% delle donne e l’11% degli uomini. Alla domanda su chi vorrebbero veder ricordato in città sono arrivate 635 risposte: Margherita Hack, Rita Levi Montalcini, Michela Murgia, Nilde Iotti e Tina Anselmi raccolgono da sole oltre il 60% delle citazioni. Tra le figure locali emergono Carmen Capatti e Ansalda Siroli, insieme ad Alda Costa e Luisa Gallotti Balboni. Oltre 150 risposte non indicano un nome ma una categoria, come scienziate, partigiane, scrittrici o «donne ferraresi del territorio»: in questi casi, più che una singola figura, si chiede di dare spazio a intere storie rimaste fuori dal ricordo collettivo.
Anche se i progetti di intitolazione e di studio della toponomastica femminile in città non sono molti, negli ultimi anni qualche nome nuovo è arrivato. Nel 2018 il Centro Documentazione Donna ha intitolato a Rina Melli, sindacalista e femminista ferrarese, il proprio giardino (CDD Ferrara, Cerimonia di intitolazione del giardino CDD a Rina Melli). Nel maggio 2025 la rotatoria tra via Pontegradella e via Caretti è stata dedicata a Bice Neppi, chimica ferrarese allontanata dall’insegnamento dalle leggi razziali, su proposta di una classe dell’istituto Copernico-Carpeggiani (Cronaca Comune, 10 maggio 2025).
Panchine rosse e panchine arcobaleno
Accanto ai nomi delle strade, lo spazio pubblico ospita altri segni di sensibilizzazione. Tra questi ci sono le panchine rosse del progetto PanchineRosse. L’idea è semplice: un arredo urbano che diventa memoria e denuncia. A Ferrara la prima è stata inaugurata nel novembre 2018 davanti alla Casa circondariale, su iniziativa del Centro di ascolto uomini maltrattanti con l’Assessorato alle Pari opportunità (Cronaca Comune, 21 novembre 2018). Negli anni successivi ne sono arrivate altre, al Parco dell’Amicizia e in piazza Buozzi, davanti alle scuole medie Boiardo e Bonati, al Palagym «Orlando Polmonari», nella sede della cooperativa Copma e nel Giardino dei donatori dell’ospedale di Cona. I luoghi sono molto diversi, e non tutte le panchine nascono da un’iniziativa pubblica, segno che il tema è uscito dalle sole ricorrenze istituzionali.
In Darsena è presente anche una panchina arcobaleno, che riprende lo stesso tipo di linguaggio. È stata installata nel maggio 2024 dal Comune insieme alle associazioni LGBTQIA+ della città, nel tratto di lungofiume recuperato con la riqualificazione della nuova Darsena, a sostegno di un’idea di libertà di essere che si estenda anche alla comunità queer. Nei mesi successivi alla sua installazione, la panchina è stata oggetto di vandalismi, rendendo evidente quanto lo spazio simbolico della città sia ancora conteso (Comune di Ferrara, Panchina arcobaleno ripristinata alla Darsena per la Giornata contro l'omofobia, 14 maggio 2026). In una toponomastica che non ricorda nessuna persona trans o non binaria, è uno dei pochi segni pubblici che parla della comunità LGBTQIA+.
Una città che può prendersi cura
L’Atlante di genere di Ferrara racconta la città a partire dalla vita quotidiana di chi la abita, guardando insieme a ciò che funziona e a ciò che manca. In questi anni la città ha costruito un sistema di servizi per l’infanzia che regge il confronto con i primi capoluoghi italiani, e una sanità che ha fatto della medicina di genere un obiettivo dichiarato, con percorsi di prevenzione facili da raggiungere. La rete contro la violenza è radicata, capace di raggiungere anche chi vive lontano dal capoluogo, e tiene insieme istituzioni, servizi e associazioni attorno a un protocollo comune. Dentro le mura quasi tutto si raggiunge a piedi o in bicicletta e conserva un tessuto femminista che custodisce la memoria dei movimenti femminili.
Accanto a queste risorse, l’Atlante mette in luce vuoti altrettanto netti. Molti servizi poggiano su pochi presìdi: un solo centro antiviolenza, un unico consultorio in città, percorsi per l’interruzione volontaria di gravidanza con orari stretti e concentrati in un solo ospedale, nessun percorso specialistico per la salute delle persone trans. Il lavoro delle donne cresce ma resta più precario, più frammentato e pagato meno, e la cura continua a ricadere soprattutto su di loro, in casa e fuori. In una città che invecchia in fretta, l’assistenza alle persone anziane si regge ancora sulle famiglie e su lavoratrici straniere, senza un sistema pubblico paragonabile a quello costruito per l’infanzia. Fuori dalle mura la prossimità si interrompe e la mobilità di cura resta in gran parte affidata all’automobile. La paura limita le uscite serali di molte donne, soprattutto delle più giovani. Nella memoria pubblica, infine, le donne restano poche e lontane dal centro.
A tenere insieme tutto questo è la cura, un lavoro che organizza tempi e spazi che la città dà ancora per scontati. Ferrara mostra che le disuguaglianze di genere si riproducono anche in una regione dove i servizi funzionano bene: nel loro numero, nei loro orari, nella loro distribuzione sul territorio. La cura però riguarda anche lo spazio pubblico, e cambia il modo in cui le donne lo vivono. È quello che hanno raccontato le donne che hanno partecipato alla mappatura HER MAPS nel quartiere Giardino, Arianuova e Doro. I luoghi in cui si sentono più sicure sono quelli più vivi e abitati, molto più di quelli più sorvegliati. La sicurezza, in questa prospettiva, nasce dalla cura reciproca tra chi abita un quartiere, e da qui le politiche urbane possono ripartire.
Ferrara ha le potenzialità per diventare una città attenta al genere: servizi che già funzionano, sanità e associazioni, una dimensione urbana che rende possibile la prossimità. Perché queste potenzialità diventino scelte, il genere va assunto come asse trasversale di tutte le politiche, così che attraversare la città, di giorno e di notte, sia per le donne e le minoranze di genere un’espressione di libertà piuttosto che un atto di coraggio.