Accogliere le donne per costruire autonomia 


Intervista a Giulia Bertarelli

Coordinatrice servizi Società e Diritti della cooperativa sociale CIDAS 


Come valutate la condizione delle persone migranti - rifugiati/e e richiedenti asilo - nel territorio di Ferrara, e quali sfide emergono in particolare nell’ambito delle comunità straniere o più vulnerabili?

Per le persone richiedenti asilo, che quindi hanno un titolo di soggiorno più fragile rispetto alle persone a cui è già stata riconosciuta una protezione internazionale, la prima sfida che si pone è sicuramente quella dell'accesso ai progetti di accoglienza. Sul territorio di Ferrara sono presenti sia dei Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) che sono i centri delle Prefetture gestiti da Enti del Terzo Settore, che progetti di accoglienza SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione) ai quali però possono accedere i richiedenti asilo solo in presenza di determinate condizioni di vulnerabilità stabilite dalla legge. Le persone richiedenti asilo sono sicuramente esposte a condizioni di marginalità per il fatto che hanno un permesso di soggiorno che dura solo sei mesi e che non consente loro di avere dei contratti di lavoro stabili. Il problema del lavoro si lega inevitabilmente a quello della casa, che ad oggi costituiscono, per le persone straniere in generale ma in particolare per i richiedenti asilo, i temi più impellenti. Sono temi sui quali come gestori dei progetti di accoglienza insistiamo molto e quello che ad oggi manca è una rete più concreta e più coordinata di quello che succede dopo l'accoglienza.


Qual è il ruolo del vostro servizio nel territorio di Ferrara e quali tipi di persone o comunità supportate principalmente?

CIDAS è una grande cooperativa sociale che si occupa di servizi alla persona. Nel settore Società e Diritti forniamo supporto in termini di accoglienza, tutela dei diritti e orientamento al territorio per persone fragili e/o cittadini di Paesi Terzi. Operiamo su tre territori (Ferrara, Bologna e Ravenna) con servizi molto simili. A Ferrara siamo gestori di progetti SAI per conto del Ministero dell'Interno, dedicati sia a singoli adulti che a nuclei familiari o monoparentali. Gestiamo inoltre un progetto a titolarità del Comune di Ferrara per uomini adulti con disagio mentale e per minori stranieri non accompagnati, in partenariato con Fondazione Don Calabria.  

Nei progetti SAI l'accoglienza è diffusa in piccoli appartamenti da massimo 10 persone. Forniamo tutti i supporti necessari perché le persone accolte possano autodeterminarsi e uscire dal progetto con una progettualità strutturata e un grado di autonomia che consenta loro di vivere dignitosamente. Le equipe sono multidisciplinari e adottano una presa in carico "olistica": ogni professionista si occupa di un aspetto specifico del percorso (lavoro, abitare, sostegno psicologico, insegnamento dell'italiano) mettendo la persona al centro di un percorso di accoglienza integrata.

Oltre all'accoglienza SAI, gestiamo progetti FAMI sia di capacity building, a supporto degli enti del territorio, sia multiazione, con una vera presa in carico di cittadini di paesi terzi che possono accedere a servizi come l'orientamento al lavoro e la consulenza legale. 

Nei territori del sud-est del distretto ovest di Ferrara gestiamo sportelli informastranieri e sportelli sociali, rivolti non solo all'utenza straniera ma all'intera cittadinanza, con funzione di consulenza su temi come il diritto dell'immigrazione e l'orientamento al cittadino straniero. Seguiamo inoltre progetti di housing e progetti a tutela di potenziali vittime di sfruttamento lavorativo, entrambi dedicati a cittadini e cittadine di paesi terzi. 


Dal vostro osservatorio, quali criticità emergono maggiormente per le donne migranti o straniere, rispetto alla partecipazione alle attività di accoglienza e supporto?

Nel territorio ferrarese accogliamo numerose famiglie, sia monoparentali che composte da entrambi i genitori. In entrambi i casi riscontriamo una maggiore difficoltà delle donne nel partecipare alle attività di integrazione, incluse quelle legate alla ricerca di un impiego. Questo avviene perché la donna è molto spesso la principale figura di cura dei figli, difficoltà che si accentua nei nuclei monoparentali. A livello strutturale, i nostri progetti non prevedono un servizio interno di babysitting che consenta alle beneficiarie di trascorrere un'intera giornata fuori casa.

Le difficoltà si stanno tuttavia riducendo progressivamente: come cooperativa abbiamo acquisito una maggiore presenza sul territorio e una conoscenza più approfondita dei servizi disponibili, imparando a strutturarci in modo più adeguato.

Le beneficiarie possono portare i figli alle lezioni di italiano, ma in quel contesto rimangono nel ruolo di cura, sottraendo attenzione al proprio apprendimento. Alcune comunità, come quella nigeriana, offrono un forte supporto interno alle donne; il nostro obiettivo resta però quello di fornire a tutte gli strumenti per raggiungere la massima indipendenza possibile. 


Come collaborate con altri servizi, enti pubblici o associazioni sul territorio per favorire percorsi di integrazione?

Con i Servizi Sociali del territorio non esistono accordi formali, ma una procedura di collaborazione che si avvia automaticamente in presenza di famiglie migranti con un trascorso difficile o carichi familiari complessi, in particolare se richiedenti asilo o rifugiate. Frequentiamo sempre più i Centri per le Famiglie, presenti sia in città che in provincia, che sono vissuti dalle famiglie come luoghi di ritrovo e di supporto. Questi centri favoriscono la costruzione di reti informali: un aspetto spesso sottovalutato, ma che riteniamo fondamentale e che cerchiamo attivamente di incentivare. 

Collaboriamo anche con il Centro Donna Giustizia e con l'associazione Nadia in quanto abbiamo un grande numero di persone accolte provenienti dall'Ucraina che frequentano corsi di italiano. Anche con i servizi sanitari abbiamo una buona collaborazione grazie alla storicità della cooperativa che negli anni ha avuto modo di consolidare relazioni come con il Consultorio Salute Donna dove abbiamo una postazione fissa di mediatori interculturali, essendo gestori dell'appalto per le mediazioni dell'ospedale. 


Quali strumenti o reti ritenete più efficaci per affrontare le difficoltà delle donne straniere o di categorie più vulnerabili? Ci sono progetti o iniziative specifiche in campo attualmente?

Per noi è imprescindibile la collaborazione con i servizi pubblici, non solo durante il periodo di accoglienza, ma soprattutto per costruire una rete che sostenga le persone una volta uscite dal progetto. Il nostro non è un progetto assistenzialista: mira a sviluppare l'autonomia. Tuttavia, perché questa sia reale e duratura, è necessaria una rete integrata di servizi in grado di supportare le persone più fragili anche dopo la fine dell'accompagnamento. 

Fondamentale in questo senso è la costruzione di reti non solo istituzionali, ma anche informali. Queste reti rappresentano un supporto concreto, aiutando le persone a trovare soluzioni abitative e opportunità lavorative. Le comunità di appartenenza svolgono in questo senso un ruolo importante, offrendo punti di riferimento solidi e radicati nel territorio. In ogni caso, anche dopo la fuoriuscita dai progetti di accompagnamento, il nostro desiderio è continuare a essere un riferimento per le persone straniere sul territorio attraverso altri progetti che possono offrire supporto, come i progetti FAMI prima citati. Un buon lavoro di accoglienza passa anche per un'adeguata formazione delle persone rispetto ai servizi a cui potranno accedere dopo: un aspetto che consideriamo parte integrante del percorso stesso. 


Guardando ai prossimi anni, quali azioni ritenete prioritarie per ridurre disuguaglianze o discriminazioni nella vita quotidiana delle persone straniere?

Una priorità assoluta è il tema dell'abitare. Siamo in un momento storico in cui l'accesso alla casa è sempre più difficoltoso, e senza una soluzione abitativa adeguata anche il percorso lavorativo ne risente. Sarebbe importante potenziare gli inserimenti abitativi, anche attraverso progetti sperimentali di transizione che accompagnino le persone nella gestione concreta di un affitto  (utenze, spese, pianificazione economica) per consentire loro di costruire un progetto di vita dignitoso e stabile.

Un'altra priorità riguarda l'apprendimento della lingua italiana. I centri di istruzione pubblica per adulti sono spesso sovraffollati e non sempre accessibili. Sarebbe importante sviluppare progetti linguistici che tengano conto delle fragilità individuali nell'apprendimento, evitando situazioni di frustrazione che rischiano di allontanare le persone dal percorso formativo.