Prendersi cura della comunità LGBTQIA+
Manuela Macario
Responsabile e coordinatrice del Centro Antidiscriminazione LGBTQIA+, gestito da Arcigay Ferrara “Gli Occhiali d’Oro”
Qual è ad oggi la condizione delle persone LGBTQIA+ a Ferrara, sia in termini di diritti, sia rispetto alle principali sfide che devono affrontare?
Ferrara è una città discretamente accogliente. Tuttavia, le persone della comunità ferrarese vivono le stesse condizioni che caratterizzano il resto d'Italia: una apparente libertà nell'espressione della propria identità, a fronte di una concreta assenza di diritti e tutele fondamentali. Secondo i dati ILGA (International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association), l'Italia si colloca in fondo alla classifica europea: su 49 paesi, è scesa al 36° posto.
A livello locale questa condizione è aggravata da una storia amministrativa che, per anni, ha visto la città governata da amministrazioni poco propense ad accogliere nuove forme di famiglia o identità non conformi. Questo si riflette in modo particolare sulle giovani generazioni: nelle scuole si incontrano ancora resistenze significative rispetto a percorsi di formazione sull'educazione sessuo-affettiva e all'introduzione della carriera alias, per esempio. Molte persone LGBTQIA+ vivono ancora la propria identità sessuale senza essere “visibili”, con tutte le conseguenze psicosociali ed emotive che, soprattutto nelle persone più giovani, possono tradursi in disagio, isolamento volontario, ritiro sociale e abbandono scolastico. Si tratta di fenomeni che ritroviamo quotidianamente attraverso la nostra associazione e che richiedono una risposta non solo da parte delle associazioni del settore, ma dall'intera comunità cittadina.
Qual è il ruolo attuale di Arcigay Ferrara nella promozione dei diritti e nella tutela della comunità LGBTQIA+ sul territorio?
Tra le principali iniziative realizzate spiccano le progettualità che hanno coinvolto le scuole, le associazioni sportive, il carcere e altre realtà cittadine, attraverso ore di formazione sui temi dell'affettività, della sessualità e degli stereotipi legati all'orientamento sessuale e all'identità di genere. Abbiamo costruito anche un’ampia rete con le associazioni del terzo settore e sviluppato collaborazioni strutturate con i servizi sociosanitari: dallo Spazio Giovani ai servizi sociali, fino all’ambito della salute mentale, ai consultori e ai servizi dell’area psicologica, contesti nei quali confluiscono spesso persone LGBTQIA+ che incontrano ancora ostacoli significativi in termini di accoglienza.
L'associazione gestisce un Centro Antidiscriminazione LGBTQIA+, un servizio dedicato specificamente alle persone che subiscono violenza o discriminazioni a causa dell'orientamento sessuale o dell'identità di genere. Nel 2024 il Centro ha allargato il proprio partenariato, coinvolgendo il Centro Donna Giustizia e il Centro Ascolto Uomini Maltrattanti, e ampliato l'offerta di servizi, che oggi include: consulenza legale, supporto psicologico, orientamento al lavoro e ai servizi sociosanitari, attività educative sulle autonomie personali e abitative. Sono stati inoltre attivati due sportelli dedicati alla violenza nelle relazioni omosessuali: uno gestito dal Centro Ascolto Uomini Maltrattanti e uno gestito dal Centro Donna Giustizia. È attivo anche uno sportello dedicato alle persone transgender e un gruppo di mutuo aiuto, facilitato da una persona peer — cioè da una persona trans.
Insieme ad altre associazioni abbiamo anche promosso iniziative pubbliche rivolte alla cittadinanza e al mondo della comunicazione, un ambito cruciale per decostruire il linguaggio che condiziona profondamente l'approccio a questi temi. Accanto a questo, si sono susseguiti numerosi eventi pubblici in occasione delle date simbolo della comunità LGBTQIA+.
Infine, abbiamo avviato un percorso di sportelli diffusi sul territorio provinciale per ridurre la necessità di spostarsi verso il capoluogo. Il primo sportello è stato aperto a Cento, presso la sede del Comune. Le prossime tappe previste sono Argenta, Comacchio e Codigoro, comuni che hanno già espresso la propria adesione e disponibilità a costruire presidi territoriali capaci di rappresentare veri e propri punti di accoglienza e ascolto.
Per quanto riguarda il Centro Antidiscriminazione LGBTQIA+: quali sono gli strumenti che mettete in campo per supportare le persone che si rivolgono al Centro?
Ogni accesso al nostro servizio corrisponde a una vera e propria presa in carico: la persona resta all'interno del servizio per più attività di supporto, calibrate sui singoli bisogni, spesso per periodi molto lunghi.
Pensiamo alle persone straniere che richiedono il permesso di soggiorno per motivi legati all'orientamento sessuale o all'identità di genere: il percorso di riconoscimento della protezione internazionale è lungo e viene seguito dalla nostra consulente legale, ma queste persone hanno spesso bisogno anche di supporto psicologico o di un percorso educativo legato alle autonomie. Allo stesso modo, le persone giovani che accedono per un supporto psicologico possono poi usufruire anche del servizio di orientamento al lavoro o di altri.
L'équipe multiprofessionale lavora proprio in quest'ottica: prende in carico la persona e la accompagna fino a quando non raggiunge un livello di benessere e di autonomia tale da non necessitare più del nostro supporto.
Quante richieste ricevete in media ogni anno e quali tipologie di segnalazioni predominano?
In questi anni le persone che hanno utilizzato gli sportelli del Centro sono state molte più di quelle che ci aspettavamo: una media di 50-60 persone l'anno, con picchi di oltre 80 accessi. Il 45% dell’utenza è rappresentata da persone con identità non conformi, percentuale che si è mantenuta stabile nel tempo a dimostrazione del fatto che le persone transgender continuano a subire notevoli discriminazioni.
Queste persone sono spesso molto giovani: nella maggior parte dei casi si tratta di under 29, con una quota rilevante di minorenni, che ci vengono segnalati dai servizi sociosanitari oppure dalle famiglie.
Un'altra tipologia di persone che si rivolge frequentemente al centro è quella degli uomini omosessuali, in particolare gli under 29 e gli over 55. Le problematiche sono diverse ma in parte speculari. Le persone più giovani presentano spesso difficoltà legate all'accettazione di sé o a forme di discriminazione indiretta e tensioni familiari. Le persone over 55, invece, si trovano a dover fare i conti in un'età avanzata non solo con la propria identità ma anche con condizioni di vita, di salute e di relazioni familiari che cambiano, spesso affrontando per la prima volta il tema del coming out.
Un'altra fetta significativa di utenza è rappresentata dalle persone migranti LGBTQIA+, che si rivolgono a noi chiedendo supporto per il percorso di riconoscimento dello status di rifugiato.
Vale la pena segnalare che in questi anni ci sono arrivate anche persone molto giovani che hanno dovuto lasciare la propria abitazione e che abbiamo dovuto mettere in protezione, grazie anche alla collaborazione con il Centro Donna Giustizia. Non si tratta di numeri elevatissimi, ma sono casi significativi: in tutte le situazioni si trattava di persone appena maggiorenni, che hanno dovuto affrontare la fuga da casa e, in alcuni casi, vere e proprie minacce da parte del nucleo familiare. Si tratta spesso, ma non esclusivamente, di persone con origini straniere.
Dalla vostra esperienza, ci sono contesti, luoghi o situazioni in città dove discriminazioni e violenze verso persone LGBTQIA+ emergono più frequentemente?
La percezione generale è quella di una città sicura, sebbene ci arrivino comunque alcune segnalazioni riferite a locali pubblici, o ad altri contesti ricreativi, in cui coppie di donne o di ragazzi, a fronte di manifestazioni di affettività, hanno subito insulti, minacce e molestie.
Un episodio particolarmente grave, ma non isolato, riguarda la zona della Galleria Matteotti, storico punto di ritrovo per i giovani della città. Alcuni anni fa, gruppetti di ragazzi particolarmente aggressivi hanno insultato e aggredito fisicamente persone appartenenti alla comunità queer. Da quella vicenda è nata, all'interno di Arcigay Ferrara, l'idea di creare uno spazio di socializzazione per under 18 che fosse anche un luogo sicuro. La zona della Galleria Matteotti è stata a lungo considerata un'area a rischio, anche perché episodi simili si erano già verificati in precedenza. Anche presso la Darsena, purtroppo, abbiamo assistito a comportamenti spiacevoli, con la grave vandalizzazione di una panchina arcobaleno.
Non abbiamo segnalazioni di altre zone, ma è doveroso dire che, in una città di provincia come Ferrara, non esiste una vera e propria zona LGBTQIA+ friendly. Esistono alcuni locali con cui Arcigay ha costruito negli anni collaborazioni specifiche, ma il rischio è diffuso: in qualsiasi locale pubblico può capitare di non sentirsi liberi di avere manifestazioni di affettività con il proprio partner, per il timore di ricevere insulti o sguardi giudicanti.
Guardando al futuro, quali cambiamenti concreti vorreste vedere a Ferrara per migliorare il benessere, la sicurezza e la possibilità di vivere liberamente lo spazio pubblico per le persone LGBTQIA+?
Ci vorrebbe molto più coraggio. A Ferrara, da anni, il silenzio istituzionale su queste tematiche è assordante: il tavolo contro l'omotransfobia non si riunisce più, e nessun rappresentante della pubblica amministrazione pronuncia mai la sigla “LGBTQIA+”, né parla mai di orientamento sessuale o identità di genere. Sarebbe necessario un cambio di rotta, che si traduca in una presa di posizione pubblica e in un ritorno all'appartenenza alla Rete nazionale delle Regioni e degli Enti Locali per prevenire e superare l’omolesbobitransfobia (RE.A.DY.).
Ma non sono solo le istituzioni a dover fare di più: anche il settore privato può e deve fare la sua parte. Come associazione, abbiamo già costruito partnership con alcune realtà commerciali che espongono l'adesivo rainbow sulla propria vetrina, un segnale importante che comunica al cliente di trovarsi in uno spazio sicuro. Vorremmo che questo circuito diventasse qualcosa di più istituzionale, con un protocollo di intesa antidiscriminatorio che metta in luce i comportamenti non tollerati all’interno dei locali, o di altri spazi pubblici. Come associazione stiamo lavorando verso questa direzione, ma il problema è che quando si tratta di mettere nero su bianco molti si tirano indietro. Nel momento in cui si chiede di rendere pubblici e vincolanti gli impegni antidiscriminatori, la paura di escludere qualcuno prende il sopravvento. Eppure non dovremmo avere paura di escludere chi discrimina o agisce comportamenti violenti.