Più di quarant'anni di antiviolenza, venticinque accanto a chi fa sex work: il lavoro del Centro Donna Giustizia 


Angela Rita Alvisi

Presidente Centro Donna Giustizia APS


Il Centro Antiviolenza di Ferrara opera ormai da molti anni: come è nato e come si è evoluto il suo lavoro nel tempo? Qual è l’importanza della rete territoriale e istituzionale per l’efficacia del vostro intervento?

Il Centro antiviolenza Donna Giustizia di Ferrara nasce nel 1981 come gruppo Donna Giustizia affiliato all’UDI (Unione donne in Italia); nelle fasi iniziali si connotava come punto di ascolto (telefono rosa) delle donne che avevano subito violenza. Ben presto ci si accorse della necessità di accompagnare questa attività con quella della consulenza legale, avvalendosi di avvocate che dedicavano alcune giornate a fornire consulenza gratuita alle donne che ne necessitavano. 

Proprio sulla base dell’evoluzione di questa attività e per la complessità degli interventi, nel 1993 il gruppo Donna Giustizia si trasforma in Centro antiviolenza Donna Giustizia APS che aderisce alla rete nazionale D.i.Re. Donne in Rete contro la violenza e all’associazione “Coordinamento dei Centri Antiviolenza dell’Emilia Romagna”. 

All’interno del Centro viene adottata la metodologia di accoglienza che si fonda sullo stabilire con la donna che ha subito violenza una relazione nell’ottica di genere ed offrire un ascolto attivo, permettendo alla donna di sentirsi al sicuro, non giudicata, libera di parlare di ciò che vive e sente, dandole la certezza del rispetto dei tempi e delle sue decisioni.
La Rete territoriale ed istituzionale riveste grande importanza: la violenza di genere sulle donne, sulle persone non binarie, sui corpi non conformi e sulle persone disabili assume aspetti di elevata complessità perché affonda le sue radici nelle disuguaglianze, discriminazioni, stereotipi; essa è strutturale e connaturata alla cultura patriarcale e all’economia neoliberista. Pertanto, se la si vuole davvero contrastare, è necessario attivare un concerto di azioni, relazioni, responsabilità da parte di istituzioni, forze dell’ordine, aziende sanitarie, istituti scolastici, associazioni e da parte di ogni singola persona.


Come si svolge concretamente l’accoglienza al Centro e quali servizi vengono offerti alle donne che vi si rivolgono?

Il primo contatto che la donna ha con il Centro Donna Giustizia, di solito, è telefonico. Al telefono l’operatrice cerca di acquisire elementi necessari ad una prima valutazione del rischio di violenze. Nel caso di rischio elevato viene proposta ed attuata la messa in sicurezza della donna e degli/lle eventuali figli/e minorenni, attraverso interventi volti alla loro protezione. In seguito ad un primo ascolto  telefonico, viene effettuato, tramite appuntamento, un colloquio individuale in presenza. 

Si offre alla donna sopravvissuta alla violenza un luogo dove ha la possibilità di parlare liberamente della propria situazione (nel pieno rispetto della privacy e riservatezza) ricevendo, attraverso un ascolto attivo ed un approccio empatico e non giudicante, supporto nel riconoscimento delle violenze e di come esse agiscono, indicazioni sulle risorse del territorio, strategie per la gestione della quotidianità, consulenza legale e psicologica, percorsi di orientamento al lavoro, di affiancamento e accompagnamento, qualora necessario, a servizi della rete territoriale (Servizi Sociali e Sanitari, Forze dell’Ordine, Scuole, Centri per l’impiego, ecc...). In caso di pericolo viene offerta l'ospitalità in albergo e/o B&B. Si concorda insieme alla donna, in relazione alle specifiche esigenze, un percorso personalizzato volto a favorire la fuoriuscita dalla condizione di violenza e a consentire l’acquisizione di una propria autonomia, attraverso corsi di formazione linguistica e professionale, tirocini e orientamento al lavoro. 

Per le donne e persone trans vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale e/o lavorativo, il Centro Donna Giustizia gestisce il progetto antitratta “Oltre la Strada”. L’accesso al progetto può avvenire in maniera diretta o tramite segnalazione dei servizi di accoglienza per richiedenti asilo, servizi sociali e sanitari, forze dell'ordine e magistratura, ispettorato del lavoro e sindacati, enti del terzo settore. 


Quante donne si rivolgono al vostro Centro e come sono cambiati questi numeri nel corso degli anni?

Nel 2025 il CAV ha accolto in totale 448 donne: si nota un incremento rispetto agli anni precedenti. Sono 172 le donne che si sono rivolte ad uno degli Sportelli Antiviolenza decentrati mettendo in evidenza come sia importante la presenza su tutto il territorio della Provincia. Le fasce d’età prevalenti delle donne accolte nel 2025 sono quelle tra i 40 ai 49 anni e dai 18 ai 29 anni, evidenziando rispetto agli anni precedenti un aumento di richieste in queste due fasce d’età. 

Nel progetto Oltre la Strada, nel 2025 sono state accolte 20 donne cisgender, 3 donne transgender. Si registra una maggiore diversificazione delle nazionalità, pur restando alta la componente nigeriana. Cambiano le forme di vulnerabilità: diminuisce lo sfruttamento sessuale in Italia e aumentano le violenze nei Paesi di transito (come Libia e Tunisia), i matrimoni forzati e lo sfruttamento lavorativo lungo le rotte e in Europa. Questa trasformazione dell'utenza evidenzia una crescente capacità del sistema di accoglienza di riconoscere e gestire fragilità differenti legate a fattori di genere, sociali e identitari.Il progetto Luna Blu nel 2025 ha supportato invece 123 persone, 90 donne e 33 persone trans prevalentemente esercitanti prostituzione al chiuso.


Il sex work rimane un tema molto discusso, soprattutto per le questioni legate ai diritti e alla tutela delle persone coinvolte. Quali servizi o iniziative sono presenti oggi a Ferrara per garantire sicurezza, salute e protezione a chi svolge questo lavoro, ma anche per accompagnare chi vuole intraprendere un percorso di uscita dal sex work?

All’interno del Centro è presente dal 2001 il progetto Luna Blu che si occupa di persone che esercitano lavoro sessuale in casa e al chiuso. É un progetto che persegue obiettivi socio-sanitari di prevenzione, riduzione del danno e facilitazione all'accesso ai servizi e alla tutela dei diritti. Le sex worker vengono contattate dall’equipe di lavoro o direttamente in strada durante l’orario di lavoro o telefonicamente nei numeri pubblicati nei siti di incontri. Viene offerta loro la possibilità di colloqui individuali in uno spazio protetto durante i quali vengono raccolti i bisogni, date informazioni di natura sanitaria, sociale e legale e distribuiti gratuitamente condom e generi alimentari. Le persone vengono inoltre accompagnate presso i servizi socio-sanitari al fine di supportarle nella relazione con il personale addetto e facilitare l’accesso. Il progetto gode di una buona collaborazione con i servizi socio-sanitari locali  e con enti del terzo settore che consente di dare risposte celeri e concrete ai bisogni portati da un target fortemente stigmatizzato e marginalizzato. Nel caso in cui le persone siano coinvolte nei circuiti di sfruttamento, il Centro Donna Giustizia gestisce per conto del Comune di Ferrara il progetto Oltre la Strada per donne vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale o lavorativo con un programma di protezione e integrazione sociale.


Sono disponibili dati o stime sulla presenza del sex work a Ferrara? E in che modo questi numeri aiutano a comprendere quanto il fenomeno sia legato a una scelta personale o determinata da condizioni di sfruttamento?

Sul territorio di Ferrara il lavoro sessuale viene esercitato prevalentemente al chiuso. In strada si registra una media di circa 12 presenze a serata, con una concentrazione maggiore rilevata nei mesi estivi. Per quanto riguarda l’ambito indoor (appartamenti privati e centri massaggi), la natura sommersa del fenomeno rende impossibile tracciarne una fotografia esatta; tuttavia, la sua portata è nettamente superiore a quella del lavoro di strada, come evidenziato dal fatto che nel 2025 sono state circa 80 le sex worker provenienti dal chiuso beneficiarie delle azioni di progetto. 

In merito alle motivazioni alla base dell’esercizio del sex work, la maggior parte delle persone incontrate è spinta dalla necessità. Si tratta prevalentemente di donne e persone trans straniere provenienti da contesti sociali vulnerabili, con un livello di scolarizzazione che spesso non consente l'accesso al mercato del lavoro regolare, ma che necessitano di forme di guadagno per sostenere i propri familiari o per portare avanti progetti migratori orientati all'emancipazione e al riscatto rispetto alla condizione di partenza.  Non mancano persone inserite nei circuiti di sfruttamento, le quali rappresentano tuttavia una minoranza tra le beneficiarie del progetto; alcune di queste chiedono supporto per uscire da forme di limitazione della libertà personale, mentre altre percepiscono l’assoggettamento economico o il pagamento a terzi come una condizione necessaria all'esercizio dell'attività.


Il fenomeno del sex work negli ultimi anni si è spostato sempre più verso contesti privati. Qual è la vostra valutazione di questo cambiamento e quali misure considerate oggi prioritarie?

Dal nostro punto di vista è una delle criticità più grandi, una trasformazione iniziata già da tempo, spinta da politiche amministrative che continuano a trattare la prostituzione come un problema di ordine pubblico, sicurezza, decoro, come un fenomeno da regolare. Il risultato è che le persone diventano sempre più invisibili, sia per la collettività che per progetti come il nostro che hanno finalità di tutela.

Paradossalmente il marciapiede e la strada risultano spazi “sicuri” poiché consentono alle sex worker di essere viste, intercettate e aiutate in caso di pericolo. All’interno degli appartamenti privati non solo è diventato sempre più complesso raggiungere chi esercita prostituzione, ma si riscontrano una serie di criticità come la maggiore esposizione a violenze con conseguente difficoltà a chiedere aiuto o scappare, l’isolamento sociale poichè l’elevato turn over da una città ad un’altra impedisce di mettere radici e creare reti, la reclusione in casa per poter essere in una condizione di reperibilità costante per i clienti. 

Come unità di prossimità dobbiamo necessariamente evolverci, è diventato fondamentale sperimentare e consolidare nuove metodologie di contatto digitale, che ci permettano di arrivare a chi lavora al chiuso e utilizza piattaforme online per promuoversi. Ma la tecnologia da sola non basta: l'aspetto relazionale resta al centro. È fondamentale farsi conoscere, creare un legame di fiducia non giudicante con le lavoratrici, in modo che siano loro stesse, attraverso il passaparola, a diventare il ponte per far conoscere i nostri servizi ad altre colleghe.


Guardando ai prossimi anni, quali sono le principali sfide che un Centro Antiviolenza si troverà ad affrontare?

Le sfide più rilevanti riguardano la possibilità di mantenere l’attuale indirizzo femminista e transfemminista dei Centri antiviolenza contrastando la volontà governativa a trasformarli in servizi alla persona, snaturandone in tal modo metodo e finalità;. Il tema delle  ottenere risorse strutturali per il loro funzionamento e per il rafforzamento delle professionalità che vi operano è centrale, così come lo stanziamento di risorse strutturali perché la formazione sui diversi aspetti della violenza di genere diventi obbligatoria per le FF.OO., magistratura, professioni sanitarie, ecc.; ottenere che l’educazione sessuo-affettiva diventi materia curricolare e venga inserita anche nelle scuole d’infanzia; Ma anche ottenere lo stanziamento di risorse strutturali perché la formazione sui diversi aspetti della violenza di genere diventi obbligatoria per le FF.OO., magistratura, professioni sanitarie, ecc.; ottenere piani volti al reinserimento sociale, lavorativo e abitativo per le donne che, uscite da situazioni di violenza, devono ritrovare la loro autonomia e ricostruire parte della propria vita, e riportare  l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole sono temi fondamentali.