La scuola a supporto della cura
Intervista a Chiara Rossi e Lisa Bertolini
Responsabile Settore Servizi Educativi, Sistema Bibliotecario, Pari Opportunità e Tutela Animale, Comune di Parma; Responsabile Struttura Operativa Nidi d'Infanzia e Struttura Operativa Scuole d'Infanzia
Se guardiamo ai servizi educativi come a un'infrastruttura della vita quotidiana, quali funzioni svolgono oggi per permettere alle famiglie con bambine e bambini piccoli di tenere insieme lavoro, cura e spostamenti? E dove si concentra la pressione?
È una domanda complessa, perché i bisogni cambiano molto da zona a zona e anno per anno. Però le leve che tengono insieme l'incastro sono sempre tre: posti disponibili, orari, continuità del calendario. Su Parma città i servizi 0-3 hanno una copertura comunale intorno al 43-44%, e la scuola dell'infanzia comunale è intorno al 67-68%. Sono percentuali alte rispetto alla media italiana e anche rispetto ai livelli richiesti a scala europea. A questi numeri si sommano le realtà private con cui il Comune lavora in rete: sui nidi c'è un sistema di autorizzazione al funzionamento che consente anche un controllo sulla qualità; sulla scuola dell'infanzia, dove le comunali sono paritarie come tutte le non statali, il Comune ha scelto negli ultimi anni di siglare convenzioni con scuole private per calmierare le rette e per avere un calendario scolastico allineato a quello comunale.
Considerando anche il privato, la copertura complessiva sale: per i nidi si arriva a circa il 61%, e per la scuola dell'infanzia si supera il 90-93%. Anche la continuità del calendario è un tassello decisivo: nidi e scuole dell'infanzia coprono indicativamente dal 1° settembre al 30 giugno, poi viene attivato un periodo di centri estivi comunali - negli ultimi anni portato a cinque settimane - che si affianca all'offerta privata. Fino alla prima settimana di agosto la copertura estiva ha una buona portata e, tendenzialmente, chi ha fatto domanda è stato accolto.
Le maggiori difficoltà si concentrano non tanto nelle chiusure prevedibili - Natale e Pasqua sono parte della cultura organizzativa delle famiglie - quanto negli imprevisti e nei punti di attrito quotidiani. Gli scioperi, per esempio, spezzano la prevedibilità: è un diritto del personale, ma per le famiglie è spesso l'evento che manda fuori asse la giornata. Anche gli orari contano: quasi tutti i servizi 0-6 hanno una fascia ampia, 7.30-18; il nodo, però, non è tanto che l'orario prolungato esista, ma quanti posti riesce a garantire.
Che problema si pone relativamente alla capienza del pomeriggio? E come decidete chi accede?
La capienza pomeridiana non coincide con quella del mattino. In un nido da 70 bambine e bambini, i posti sul pomeriggio possono essere circa 20; negli anni, dove la domanda lo richiedeva, si è cercato di aumentare arrivando in alcune strutture anche a 30. È una calibrazione annuale, perché la richiesta di orario prolungato non è uniforme: varia nel tempo e tra quartieri. In alcuni servizi si raggiunge la capienza massima per qualche anno, poi la domanda si sposta altrove; l'obiettivo è mantenere uno "zoccolo" stabile e, al tempo stesso, orientare le risorse dove servono.
Qualche lista d'attesa resta, soprattutto sul nido più che sull'infanzia, ma in numeri contenuti. L'ISEE non è un criterio di accesso: viene usato per calcolare la retta, non per decidere chi entra. L'accesso si basa su requisiti e punteggi definiti da bando e regolamento: contano soprattutto l'impegno lavorativo, la configurazione del nucleo (ad esempio la monogenitorialità) e la presa in carico dei servizi sociali. Per le bambine e i bambini con disabilità è prevista una priorità netta: presentano domanda, ma non competono con il punteggio ordinario.
Che cosa succede dopo lo 0-6, quando la scuola diventa prevalentemente statale? Quali dispositivi aiutano a reggere le ore “fuori scuola” nella fascia di età 6-14?
Qui entrano in gioco i servizi integrativi. Dalla primaria fino alla secondaria di primo grado, il Comune investe su pre- e post-scuola, oggi gestiti direttamente: l'effetto è che, con una retta calmierata rispetto all'investimento pubblico, la giornata può essere coperta orientativamente dalle 7.30 alle 18.
C'è poi la "vigilanza in mensa": se una bambina o un bambino non ha il tempo pieno, ma la famiglia ha bisogno che resti a scuola anche nei giorni di uscita a metà giornata, può chiedere la mensa e la supervisione di una figura educativa. È un servizio tradizionalmente usato alla primaria, e negli ultimi anni è stato proposto anche alla secondaria di primo grado, perché l'orario delle "medie" spesso termina intorno alle 14: un'uscita così anticipata crea un vuoto difficile da coprire.
Su questo si innesta il filone che guarda ai pomeriggi come spazio educativo, prima ancora che come soluzione di custodia. Con investimenti regionali e risorse PNRR per attività pomeridiane, e con il progetto comunale "Scuole Aperte al Pomeriggio", si avviano attività sportive, ricreative, artistiche ed espressive gratuite dentro le scuole medie. L'obiettivo è sostenere la conciliazione e, insieme, intercettare situazioni di possibile dispersione senza formare gruppi separati. L'accesso è libero, ma con attenzione a chi ha meno possibilità: famiglie monogenitoriali, nuclei in difficoltà, ragazze e ragazzi che vivono lontano e che altrimenti resterebbero esclusi dalle attività.
Quanto incidono mobilità e spostamenti nell’organizzazione delle famiglie? E quali strumenti avete, soprattutto quando l’autonomia è limitata?
La mobilità è spesso il punto in cui l'incastro salta. A Parma esiste un servizio peculiare, gestito da TEP con un investimento comunale importante: HappyBus. Non è un trasporto scolastico "classico"; è un servizio a tariffa - più alta del trasporto pubblico ordinario, ma considerata affrontabile - che accompagna bambine e bambini da casa a scuola e viceversa, con una logica molto vicina al "porta a porta". È molto richiesto, soprattutto alla primaria ma anche alla secondaria di primo grado. Ogni linea o gruppo ha una figura di riferimento che prende in carico le bambine e i bambini e li riaffida a chi li attende. A volte emerge un aspetto meno evidente: la consegna dipende dalla coincidenza dei tempi tra servizio e ritiro. Quando questa coincidenza non funziona, il personale contatta le persone di riferimento e garantisce l'attesa in sicurezza fino all'arrivo di una persona autorizzata. È un dettaglio che racconta la complessità degli incastri quotidiani, pur in presenza di un servizio a supporto.
Per la disabilità c'è un ulteriore versante: un trasporto gratuito in convenzione con associazioni (Assistenza Pubblica Parma, Croce Rossa Italiana, Unitalsi, Seirs, Intercral) per chi ha difficoltà di spostamento o di autonomia. E accanto al trasporto esistono dispositivi educativi mirati, per esempio il progetto RiCreAzioni, sostenuto da Fondazione Cariparma, che prevede interventi per consentire l'accesso di ragazze e ragazzi con disabilità a opportunità extrascolastiche che, senza adeguato supporto, resterebbero di fatto inaccessibili. Il Comune fornisce gratuitamente una figura educativa dedicata, per facilitare ingresso e permanenza nei contesti ricreativi. Il progetto è coperto per quest'anno e il prossimo, con un orizzonte dichiarato almeno fino al 2027 e l'intenzione di costruire équipe educative integrate per renderlo sostenibile nel tempo. Anche nel periodo estivo, momento particolarmente delicato per le famiglie e ancora di più quando ci sono figlie e figli con disabilità, è previsto un supporto educativo dedicato: nei centri estivi accreditati dal Comune di Parma, per cinque settimane, la figura può essere garantita gratuitamente. Non copre tutta l'estate, ma consente, almeno per una parte del periodo, di non interrompere socialità e attività.
Nella vostra esperienza emergono due questioni trasversali: complessità crescente dei nuclei familiari e sostenibilità del lavoro educativo. Cosa state osservando? E che cosa cambia, in questa cornice, sul tema della responsabilità genitoriale e del genere?
Le famiglie sono più sole e, in molti casi, più fragili. Dentro i servizi si vede che aumentano le situazioni complesse: contesti familiari difficili, disabilità conclamate o in valutazione, fatiche quotidiane che non si riducono a "mancanza di organizzazione", ma riguardano l'assenza di reti e la gestione dell'imprevisto. Questo tipo di problematiche esiste da sempre, ma oggi è più frequente e si inserisce in un quadro dove la scuola - dall'infanzia in avanti - lavora con bambine e bambini e, insieme, con sistemi familiari interi. Per questo, già dal nido, si prova a costruire reti tra famiglie, a far circolare pratiche e "buon senso" che in passato passavano più facilmente attraverso vicinanze e comunità.
Si osservano anche dinamiche culturali diverse. Nelle scuole con una presenza significativa di famiglie non nate in Italia, spesso chi arriva dall'estero tende a ricostruire comunità e aggregazioni che possono ridurre l'isolamento; paradossalmente, in alcune situazioni la solitudine appare più marcata per chi si trasferisce dall'interno del paese senza reti pregresse. In questo campo il Comune sostiene un servizio di mediazione interculturale nelle scuole, utile per le famiglie neoarrivate ma anche per quelle presenti da tempo che, in passaggi delicati della crescita, faticano a riconoscersi nelle regole educative del contesto.
Sul tema di genere qualcosa si muove: i padri sono più presenti rispetto al passato. Partecipano di più, si propongono come rappresentanti, entrano nella vita dei servizi 0-6 in modo più visibile. C'è però ancora una forte asimmetria: spesso l'organizzazione resta in mano alle madri e, in alcune famiglie, anche quando i padri partecipano lo fanno "su delega" e con un controllo a distanza. Per lavorare su questo, in alcuni servizi si sperimentano momenti pensati per i padri: laboratori e attività che non riguardano solo la logistica, ma anche il "come stare" con bambine e bambini, giocare, costruire confidenza. È un processo lento, ma c'è una direzione.
Infine, c'è un nodo che incrocia genere e disuguaglianze: i nuclei monogenitoriali. In molti casi sono composti da madre e figlia o figlio, con padri assenti. Nelle fasce preadolescenziali e adolescenziali questa assenza può diventare un fattore di vulnerabilità ulteriore e, in alcune traiettorie, correlarsi a comportamenti a rischio. Qui l'intervento è soprattutto educativo e, quando necessario, anche sociale, ma la fatica è evidente: una madre che lavora molte ore, o su turni molto anticipati, non può garantire la stessa presenza quotidiana di un nucleo con due persone adulte.
Su tutto questo si innesta il tema della sostenibilità del lavoro educativo. È sempre più difficile trovare personale: è un lavoro impegnativo, privo di un adeguato riconoscimento sociale ed economico. La femminilizzazione è estrema: nei servizi comunali ci sono solo due educatori uomini su circa trecento tra educatrici, educatori e insegnanti. La scelta si vede già nei percorsi scolastici: nel liceo socio-pedagogico oltre il 90% delle iscrizioni è femminile, mentre in istituti tecnici come l'ITIS la maggioranza è maschile. Questo dato non è neutro: riguarda il valore attribuito socialmente al lavoro di cura, la sua remunerazione e la difficoltà crescente di tenere in piedi un sistema che, per funzionare, ha bisogno di stabilità e riconoscimento.