Rivendicare l’autodeterminazione femminile a partire dalla sessualità e dalle scelte riproduttive 


Intervista a Ebe Quintavalla e Elisabetta Mora

Attiviste nella Rete Oltre la 194


Quando nasce la rete, da chi si compone e con quali obiettivi?

La Rete Oltre la 194 nasce per dare continuità al lavoro del convegno “Capaci scegliere. Aborto, libertà e diritti a 45 anni dalla legge 194”, organizzato dalla Casa delle Donne nell’ottobre 2023 in risposta alla campagna antiabortista del Governo Meloni: riconoscimento giuridico del feto, proposta del cimitero dei feti, ascolto del battito cardiaco, presenza di presidi dissuasivi nei consultori. Attacchi frutto di una cultura patriarcale che non riconosce le donne come soggetti capaci di autodeterminarsi.

Fondata ufficialmente il 25 maggio 2024, la Rete riunisce undici soggetti - associazioni, collettivi, movimenti - che lavorano sulla salute sessuale e riproduttiva in ottica femminista e transfemminista: Casa delle Donne di Parma, Centro Antiviolenza, Parma Città Pubblica, Tuttimondi, L’Ottavo Colore, Art Lab, Ecologia Politica, Aula Voladora Autogestita, UAAR, W4W Women For Women e UDU Unione degli Universitari. A inizio 2026 ha aderito anche CIAC. Gli obiettivi sono essenzialmente due: monitorare l’applicazione della 194 sul territorio provinciale - con attenzione all’IVG, all’obiezione di coscienza, ai consultori e alla contraccezione - e mantenere un’interlocuzione costante con ASL, Comune e Regione. A scala regionale, la rete è in relazione con una cinquantina di associazioni che coprono più o meno tutte le province. Sul piano organizzativo, la Rete prevede un tavolo di coordinamento con una o due delegate per ciascun soggetto, e un gruppo operativo di cinque persone che si occupa del lavoro più pratico e quotidiano. Il metodo è lavorare sul concreto, sull’accesso reale, non solo sulle grandi battaglie di principio.


Perché in Emilia-Romagna è importante lottare, oggi, sul tema della salute riproduttiva?

L’IVG rischia di diventare un diritto oggetto di poca attenzione da parte dei nuovi femminismi e transfemminismi, impegnati su fronti altrettanto importanti - violenza di genere, sessualità non binarie, intersezionalità. Si rischia così di sottovalutare che il controllo della fertilità e il disancoramento della sessualità dalla procreazione sono gli assi portanti della libertà femminile e della padronanza delle donne sul proprio corpo e sulla propria vita.

Si è dato per scontato che una regione apripista come l’Emilia-Romagna nell’attuazione della 194 non avesse bisogno di un monitoraggio puntuale sui servizi coinvolti, a cominciare dai consultori familiari. A partire invece dalle narrazioni delle donne con cui siamo in relazione, abbiamo scelto l’IVG come terreno primario di impegno, con attenzione particolare all’integrazione del percorso, ai tempi di attesa, alla diffusione della metodica farmacologica e alla contraccezione di emergenza. Va detto anche che la legge 194, pur presentando criticità non trascurabili - la legittimazione dell’obiezione di coscienza, la cosiddetta settimana del ripensamento - va assolutamente salvaguardata e applicata in modo più rispettoso della capacità di autodeterminazione delle donne.


A che punto siamo con l’aborto a Parma?

I dati 2024 mostrano 660 IVG effettuate nel territorio (incluse quelle di donne provenienti da fuori ASL, circa il 12%). Le IVG di sole donne residenti in provincia sono state 583, con un tasso di abortività del 6,3‰. Il tasso delle italiane è 5,2‰, quello delle straniere 11,3‰ - il doppio, pur rappresentando le straniere il 22% della popolazione femminile. Un dato che riteniamo urgente affrontare con un investimento preventivo più robusto, attraverso connessioni stabili con le associazioni delle donne straniere e con i principali luoghi di lavoro dove è forte la presenza di manodopera femminile - cosa che a Parma non avviene. Il dato complessivo si allinea a quello regionale e nazionale, tra i più bassi dell’Occidente (Francia 14,9‰; Spagna 9,5‰; Olanda 8,6‰; Belgio 7,9‰; USA 14,4‰), frutto di comportamenti contraccettivi stabili che coprono praticamente tutto l’arco della vita feconda. Le minorenni che hanno abortito sono solo 19, le under 20 anni sono 23: a conferma di una responsabilità contraccettiva che coinvolge anche le più giovani, a dispetto di tante vulgàte che dicono il contrario.

Riteniamo tuttavia che si sia raggiunto uno zoccolo duro di abortività che difficilmente vedrà riduzioni significative a breve. Mantenere comportamenti contraccettivi sicuri per trent’anni comporta una fatica psico-emotiva molto pesante: possono intervenire interferenze impreviste che allentano il controllo razionale della propria fertilità, lasciando spazio a una gravidanza non pianificata, e a volte - come ricorda la psicanalista Silvia Vegetti Finzi - anche inconsciamente desiderata. È su questi intrecci di pensiero e desiderio che si fonda la necessità e il diritto di accesso all’IVG. Per abbassare ulteriormente il dato sarebbe necessaria una diffusione molto più ampia della contraccezione di emergenza come ultimo baluardo preventivo - strumento ancora poco conosciuto e poco utilizzato in Italia, come confermato anche da un nostro sondaggio.

Il grosso delle IVG avviene all’Ospedale Maggiore (53%) e all’ospedale di Fidenza (27%), seguito da un 10% nel Consultorio di Parma Centro (solo farmacologica) e un 10% nella Casa di cura privata accreditata Città di Parma - struttura su cui abbiamo avviato una contestazione nei confronti dell’ASL, chiedendone l’azzeramento sia per ragioni di coerenza che di costi pubblici (1.200 Euro per intervento). Le metodologie sono per il 70,4% farmacologiche e per il 29,6% chirurgiche.

La normativa regionale dell’ottobre 2024 apre la gestione della metodica farmacologica ai consultori familiari fino ai 63 giorni di gravidanza. Riteniamo che i consultori debbano essere identificati come luoghi di riferimento prioritari per l’IVG: rilasciano già più del 75% delle certificazioni, effettuano i controlli post-IVG con presa in carico contraccettiva gratuita per due anni, e dispongono delle competenze necessarie. Chiediamo che abbiano sede nelle Case di Comunità e siano attrezzati con una stanza sosta e un bagno dedicato per chi non intende gestire a domicilio la fase espulsiva.

Perché la metodica farmacologica sia davvero accessibile, le donne devono poter arrivare alla certificazione entro tre o quattro giorni dal primo contatto con il consultorio, e all’intervento entro l’ottavo giorno. L’attesa non è solo una questione sanitaria in senso stretto: il disagio e la sofferenza psicologica che la caratterizzano costituiscono a tutti gli effetti un problema di salute, e come tale va riconosciuto dalle istituzioni.

Due criticità restano aperte. I tempi di attesa: all’ottavo giorno dal certificato viene effettuata solo il 45% delle IVG, e i certificati di urgenza sono utilizzati appena nel 5,4% dei casi - dato tra i peggiori della regione, nonostante l’OMS consideri l’IVG un intervento urgente di per sé. L’obiezione di coscienza: all’Ospedale Maggiore il tasso raggiunge il 62% tra i ginecologi - il più alto in regione - contro il 32% nei consultori e all’ospedale di Fidenza. Con la diffusione dell’IVG farmacologica, dove l’obiezione si riduce alla prescrizione di pillole anziché a un intervento chirurgico, l’impatto pratico è destinato a ridursi progressivamente.


Che tipo di ricerche e lavori avete condotto?

Una prima ricerca ha riguardato la distribuzione della contraccezione d’emergenza nelle farmacie: mappando 27 farmacie in provincia, è emerso che molti farmacisti non conoscono i servizi consultoriali, non sono in grado di orientare le ragazze e in alcuni casi dispensano la pillola del giorno dopo con commenti scoraggianti. Non sanno che al consultorio la contraccezione d’emergenza è gratuita per le under 26. Abbiamo anche rilevato un ostacolo concreto e quotidiano: è spesso impossibile raggiungere il consultorio per telefono - eppure sarebbe sufficiente poco per risolverlo.

Al festival Re-Sister organizzato dalla Casa delle Donne nel settembre 2025, 132 donne hanno risposto a un questionario su accesso e contraccezione. È emerso che il metodo più diffuso non è la pillola ma il preservativo, spesso in combinazione con altri metodi, e che la frequenza dei rapporti sessuali è molto inferiore a quanto si immagina - una volta a settimana o meno - il che ridimensiona l’idea di una contraccezione ormonale continuativa come standard necessario per trent’anni.

Insieme alla Rete Resistente regionale, abbiamo lavorato sulla visibilità delle informazioni sui servizi per la salute sessuale e riproduttiva, rilevando carenze e difformità tra sito regionale e siti ASL, e chiedendo che i contenuti siano accessibili anche in lingue diverse dall’italiano, visto il numero significativo di residenti non madrelingua.


Come prevedete di procedere?

In modo trasversale, continuiamo a lavorare su: azioni preventive più robuste per le donne straniere di recente immigrazione, aumento dell'IVG farmacologica, abbassamento dei tempi di attesa, collocazione adeguata dei consultori nelle Case di Comunità con stanza sosta e bagno dedicato, e piani informativi diffusi sulla contraccezione di emergenza con distribuzione gratuita alle under 26 - non solo nei consultori ma anche nelle farmacie, dove non è richiesta ricetta medica.

Sul piano più specifico, tre questioni sono al centro del nostro impegno. La prima riguarda la presenza di un consultorio in ogni distretto extra-urbano e di almeno due in città, attrezzati adeguatamente: stiamo seguendo in modo particolare l'organizzazione della Casa di Comunità Pablo, in fase avanzata di ristrutturazione, perché sia pensata come uno spazio socio-sanitario di genere sulla salute sessuale e riproduttiva, e non come un semplice poliambulatorio. La seconda è la distribuzione della contraccezione di emergenza anche nelle farmacie, che per accessibilità e orari sono spesso la prima porta a cui le donne si rivolgono: chiediamo una formazione ad hoc per i farmacisti e una sperimentazione immediata nella farmacia comunale di via dei Mille, concordata con il Comune. La terza è l'estensione della gratuità contraccettiva alle studentesse fuori sede under 26 prive di residenza sanitaria nell'ASL di Parma: un obiettivo che coinvolge l'Amministrazione regionale, con cui manteniamo interlocuzioni costanti e spesso difficili, così come con la nostra ASL. Restiamo fiduciose e teniamo il punto.