Il consultorio come presidio
Intervista a Dott.ssa Tita Kaihura
Direttrice UOC Consultori Familiari - AUSL Parma
Quali sono oggi i principali fronti su cui il consultorio è attivo a Parma e provincia?
I consultori nascono per rispondere a bisogni assistenziali che non si esauriscono nell’accesso clinico. Questo è un punto importante, perché distingue il consultorio da un normale ambulatorio specialistico. Non si tratta soltanto di fare visite, ma di offrire un accompagnamento più ampio alla persona, alle famiglie, alle coppie, ai giovani.
I nostri ambiti di attività sono diversi: prevenzione, cura in ambito ginecologico e ostetrico, assistenza alla maternità e alla paternità, contraccezione, affettività, sessualità, benessere psicofisico e relazionale. Lavoriamo con équipe multidisciplinari formate da ginecologhe e ginecologi, ostetriche, psicologhe e psicologi; quando necessario collaboriamo anche con assistenti sociali, mediatrici e mediatori culturali, associazioni del territorio.
La contraccezione in Emilia-Romagna è gratuita per la fascia 14-26 anni per persone residenti o assistite in regione, in base alla delibera regionale del 2017, e comprende anche la contraccezione d’emergenza. Le ragazze e i ragazzi tra i 14 e i 19 anni vengono seguiti negli Spazi Giovani, mentre per la fascia 20-26 anni si fa riferimento ai consultori familiari.
L’accesso è libero per tutti coloro che sono interessati alla contraccezione, significa che non serve la prescrizione medica.
Anche la pillola del giorno dopo può essere prescritta in consultorio nei giorni e negli orari di apertura, e questo, a mio avviso, non è solo un momento in cui viene consegnata la pillola ma è anche un’occasione per aprire un discorso più ampio sulla contraccezione.
Un altro servizio centrale è l’interruzione volontaria di gravidanza. L’IVG è ad accesso libero presso i consultori e, su richiesta, può prevedere anche un supporto psicologico.
Quando è clinicamente possibile, la donna può scegliere tra percorso farmacologico e chirurgico. La terapia chirurgica viene effettuata negli ospedali (sebbene sia sempre meno praticata). In caso di percorso chirurgico, nei consultori accompagniamo la persona, facciamo il certificato, apriamo la cartella clinica, prenotiamo l’intervento in ospedale e garantiamo anche il controllo successivo. Circa il 75% dei certificati IVG viene fatto proprio nei consultori, e questo ci permette di svolgere una funzione importante di orientamento e continuità. Nel 2025, le IVG farmacologiche sono state 521 complessivamente tra ospedali e consultori - di cui 123 sono state seguite direttamente nei consultori, tra Parma Centro e Traversetolo, dove il servizio è stato avviato nell’aprile 2025, mentre gli interventi chirurgici sono stati 118.
Oggi a Parma è possibile anche il percorso di interruzione volontaria di gravidanza farmacologica a domicilio (nel 2025 sono stati 36). Nei consultori di Parma e Traversetolo, la prima compressa viene somministrata in sede, mentre la seconda se la donna lo sceglie può essere assunta a casa; restiamo reperibili telefonicamente negli orari di lavoro, al di fuori di quegli orari il punto riferimento in caso di urgenza è l’ospedale. Dopo quattordici giorni dall’assunzione della pillola viene fatto il controllo, con test di gravidanza fornito direttamente dal servizio. È una modalità che rende il percorso meno ospedalizzato e più vicino alle necessità delle persone.
Il percorso nascita è un altro elemento fondamentale (il 62,7% delle gravidanze sono seguite dal consultorio, di cui il 52% a conduzione ostetrica). Offriamo supporto sanitario, psicologico e sociale quando ci sono situazioni di maggiore fragilità.
La gravidanza a basso rischio è a completa conduzione ostetrica, qualora ci fossero elementi di rischio l’ostetrica invia la donna a una valutazione ginecologica. Ci occupiamo dei controlli ostetrici, della parte clinica, delle ecografie, dei corsi di accompagnamento alla nascita, rivolti sia alle madri sia ai padri. Nel post parto è attivo, in collaborazione con il Comune di Parma, il progetto Sorgente, che prevede home-visiting con ostetriche libere professioniste e assistenti sociali in casi particolarmente fragili. Questi elementi sono alla base dell’attività consultoriale che ha come scopo l’accompagnamento della madre e della coppia in tutti quelli che sono definiti come i primi mille giorni di vita; dal concepimento ai primi 2 anni di vita del bambino.
Importante anche segnalare il ruolo del consultorio nell’ambito della prevenzione del tumore al collo dell’utero con l’esecuzione di pap test e hpv test: oggi il tasso di adesione allo screening è intorno al 66%, in crescita rispetto al passato.
All’inizio del 2026 le modalità di accesso ai consultori sono cambiate. Che cosa è cambiato concretamente?
Il cambiamento principale riguarda le visite ginecologiche. Oggi tutte le donne possono rivolgersi al consultorio per visite ginecologiche, con eventuale ecografia, in presenza di disturbi ginecologici. Per accedere serve un’impegnativa del medico di base, che deve specificare la motivazione clinica: dolore mestruale, irregolarità del ciclo, cisti ovariche, dolore pelvico e così via.
Restano invece ad accesso libero, senza impegnativa, alcuni percorsi che il consultorio continua a considerare prioritari: gravidanza e infertilità, IVG, contraccezione, problemi legati alla sessualità, malattie sessualmente trasmissibili, situazioni di violenza, menopausa sintomatica con richiesta di terapia. Questo cambiamento deriva dalla riorganizzazione della specialistica ambulatoriale regionale prevista da una delibera del 2024. Il focus sono le risorse limitate, si cerca di ottimizzarle, mantenendo il più possibile il presidio sulle attività considerate fondamentali.
Dal vostro osservatorio, quali sono oggi le principali difficoltà che le persone incontrano nell’accedere al consultorio?
Le difficoltà non dipendono solo dalle regole di accesso o dai tempi di attesa. Ci sono anche ostacoli linguistici, culturali, amministrativi e territoriali. Negli ultimi anni la presenza di mediatrici e mediatori culturali ha supportato la pratica clinica degli operatori: per esempio, alcuni gruppi di donne che prima, per motivazioni culturali, facevano fatica ad avere accesso al consultorio, grazie alla presenza della mediazione fissa hanno aumentato gli accessi. Ma la mediazione, da sola, non basta.
Per alcune persone migranti, soprattutto se appena arrivate o poco radicate sul territorio, il consultorio resta un servizio a cui si arriva solo in gravidanza oppure grazie all’accompagnamento di associazioni. In questo senso per noi è molto importante la collaborazione con realtà del territorio. Due operatori di CIAC, per esempio, sono presenti in alcuni momenti della settimana e aiutano a orientare la popolazione straniera soprattutto dal punto di vista legislativo e amministrativo. È un supporto prezioso, perché spesso il primo ostacolo non è la visita in sé, ma capire quali diritti si hanno, a quali servizi si può accedere, con quali modalità.
I consultori sono nati come luoghi di ascolto, confronto e accompagnamento. Oggi conservano ancora questa funzione?
Credo di sì, anche se dentro un quadro più vincolato. Il consultorio mantiene ancora una funzione diversa rispetto ad altri servizi sanitari, proprio perché prova a non ridurre tutto alla singola prestazione. La dimensione relazionale resta importante, così come l’idea di accompagnare le persone in alcuni snodi della vita riproduttiva, affettiva e familiare. Quello che cerchiamo di fare è non perdere la relazione con le nostre utenti e non lasciare fuori nessuna persona nelle aree di attività di base.
Dal punto di vista delle risorse, quali sono oggi le condizioni di sostenibilità del servizio?
Il servizio funziona, ma con risorse ristrette. Le richieste sono sempre più numerose e noi cerchiamo di mantenere le priorità, continuando a offrire un servizio di qualità. Però ci sono ambiti nei quali si sente chiaramente il limite. L’ambulatorio per la menopausa, per esempio, è molto richiesto ed è saturo. Dal punto di vista tecnologico abbiamo rinnovato alcune apparecchiature, ma non in modo uniforme. I dispositivi più nuovi devono essere destinati soprattutto alla parte ostetrica, mentre su altri fronti si procede più lentamente. Quindi la qualità del lavoro c’è, ma resta compressa entro margini molto stretti.
Guardando al territorio di Parma e provincia, che cosa servirebbe per rafforzare il ruolo del consultorio come presidio di prossimità?
Servirebbero banalmente più risorse. Se ci fossero più fondi e più personale, potremmo distribuire meglio la presenza sul territorio.
Rafforzare il consultorio significa allora lavorare sull’accesso, sulla distribuzione territoriale, sulla possibilità di mantenere équipe adeguate e su una rete forte con gli altri servizi. Ma significa anche difendere una certa idea di sanità territoriale: una sanità che non si limita alla risposta clinica, e che continua a considerare la prossimità, l’ascolto e l’accompagnamento come parte essenziale della cura.