Governare la paura, costruire fiducia


Intervista a Michele Guerra, Sindaco di Parma


Quando oggi a Parma si parla di sicurezza, di cosa stiamo parlando davvero? A quali fenomeni concreti rimanda questa parola e quanto pesa, invece, una costruzione prevalentemente percettiva del problema?

“Sicurezza” è una parola che, nel discorso pubblico, è diventata una sorta di interruttore: la pronunci e scatta una reazione quasi automatica, pavloviana. L’immagine che si attiva è quella di una città dove “non si può più andare in giro tranquilli”, dove “bisogna avere paura”. E questo “format della paura” – com’è stato di recente chiamato nell’ottimo libro di Carlo Bonini e Franco Gabrielli Contro la paura. Manifesto per una sicurezza democratica – si è fatto largo non tanto perché la microcriminalità sia nata ieri - è sempre esistita - ma perché oggi vive dentro un’enorme cassa di risonanza: mediatica, certo, ma soprattutto di narrazione collettiva e di sfiducia di varia natura che ci indeboliscono e ci intimoriscono.

Io vedo che in questo momento si fronteggiano due modelli. Il primo è quello che alimenta appunto la paura: è fortissimo, è immediato, incassa facilmente consenso, perché lavorare sulla paura è semplice. Il secondo è quello che prova ad alimentare fiducia: è più resistente, ma fa fatica, perché chi lo sostiene viene rapidamente scambiato per ingenuo, per “buonista”, per qualcuno che non capisce la realtà.

Se però mi sposto dal dibattito alle cose che osservo come sindaco - io partecipo ai comitati per l’ordine e la sicurezza, quindi ogni settimana vedo dati, trend, tipologie di reato - allora l’immagine cambia. Parma, per fortuna, non è una città in cui la criminalità organizzata ha la presenza che vediamo altrove. Non è una città segnata da una macrocriminalità che mette a rischio la vita delle persone: quella dimensione più drammatica, che è la prima da guardare quando si parla di sicurezza e legalità, qui è ridotta.

Il problema, invece, è dato dalla microcriminalità, reati di minore entità, ma che si ripetono: borseggi, furti nei supermercati, spaccate alle vetrine o alle auto. Tutti reati in ogni caso seri, che minano la tranquillità quotidiana dei cittadini e il nostro diritto a vivere sicuri. Sono questi episodi che, messi insieme, diventano l’insicurezza tout court di cui si parla maggiormente. Quando proviamo a ricostruire le cause di questi reati, la radice ricorrente è spesso la povertà: una povertà grave, che colpisce alcuni segmenti della popolazione immigrata, ma che riguarda sempre più anche persone italiane. 

Io ho sempre detto, senza successo, che sarebbe interessante un esperimento: sostituire per un po’ la parola “sicurezza” con la parola “povertà” nel discorso pubblico. Dire “allarme povertà”, “emergenza povertà”, “c’è un problema di povertà a Parma”. Perché ti obbligherebbe a guardare la causa, la radice, e quindi a chiederti dove intervenire. Qui sì che il Comune deve agire, perché sul coordinamento delle politiche di sicurezza sappiamo che le competenze non sono in capo ai sindaci, anche se c’è ancora chi non lo riesce ad accettare o a capire.

 

Dal suo osservatorio istituzionale, che la mette settimanalmente a contatto con dati e analisi, come si spiega lo scarto tra l’andamento reale dei fenomeni e la percezione diffusa di una città sempre più insicura?


Il paradosso contemporaneo è che viviamo in società che, rispetto al passato, sono mediamente più sicure, ma si percepiscono come assediate. Ho letto con molto interesse, ormai anni fa, il libro di Steven Pinker, Il declino della violenza. Perché quella che stiamo vivendo è probabilmente l’epoca più pacifica della storia, che ricostruisce la storia della violenza in Occidente e mostra come siamo in una delle epoche meno violente. Il libro è precedente alle crisi e alle guerre recenti e quindi oggi andrebbe aggiornato, ma resta vero il nodo cognitivo: la convinzione di essere nel momento più violento della storia è spesso smentita dai dati.

Il problema è che la sicurezza non è solo un fatto di reati: è anche un modo di pensare il mondo. E su questo la comunicazione - media tradizionali e social - ha un impatto enorme. È più facile dire “va tutto male” che costruire un discorso sulla fiducia. Se dici “va tutto male” non devi spiegare: è uno slogan autosufficiente e che può drammaticamente autoavverarsi, perché ingenera comportamenti regressivi. Se provi a dire “le cose vanno abbastanza bene” devi argomentare, devi tenere insieme piani diversi, il discorso si fa più complesso, come in ogni tentativo progressivo e progressista di affrontare il reale.

Per cambiare narrazione servirebbe un’alleanza difficilissima: tra politica (trasversalmente, perché questo tema oggi riguarda sindache e sindaci di ogni orientamento), informazione, pezzi di società civile. Perché l’informazione, quando funziona, è uno dei principali servizi pubblici che abbiamo - anche se è sempre più spesso in mani private. Noi dobbiamo informare correttamente noi stessi e la società, non spaventarla. Essere intellettualmente onesti, non negare le evidenze – tutte le brutte e le belle – e spiegare i fenomeni, non abbreviarli semplicisticamente a fini strumentali.

Tutto questo si collega alla depersonalizzazione del tema sicurezza. Pagine social che in teoria “denunciano” ma in pratica hanno un solo obiettivo: esibire problemi, amplificarli, produrre malcontento. Alcune sono gestite da lontano, da gruppi che nemmeno vivono nelle città, è un tema su cui capita ogni tanto di confrontarsi tra sindaci. In poche parole: “abbiate paura, al resto pensiamo noi”. È un dispositivo politico primitivo, ma che può anche attecchire.

Tuttavia, e per fortuna, la realtà non coincide con i social. Quando giro in città incontro persone talvolta demoralizzate, certo, ma incontro anche tantissime persone che dicono: “la penso come voi, ma non lo scrivo sui social perché mi darebbero dello stupido”. C’è una maggioranza silenziosa che non partecipa a quel clima. E poi c’è una grande speranza: le generazioni più giovani. Quando le ascolti, impari sempre qualcosa e alzi lo sguardo: parlano di ambiente, diritti, pace, mobilità. Temi più pesanti, che ti mettono in difficoltà e ti chiedono di lavorare meglio. Temi che se trattati bene portano le città a essere più sicure.

 

Se guardiamo alla sicurezza da una prospettiva di genere, quali differenze emergono nell’uso e nella percezione dello spazio pubblico, e quali limiti vedi in un approccio che scarica sulle persone - e in particolare sulle donne - la responsabilità di proteggersi?

Il punto di partenza è che le categorie considerate “più fragili” sono più esposte. È inutile negarlo: se cammino la sera so che ho meno probabilità di essere disturbato rispetto a una donna, a un adolescente, a una persona anziana. Chi vuole molestare, intimidire, aggredire tende ad attaccare chi ritiene meno in grado di reagire.

È un tema che va affrontato senza ipocrisie: la città può essere vissuta come presidio spontaneo e l’uso dello spazio pubblico produce sicurezza, ma non puoi chiedere alle persone di farsi carico da sole di un rischio. Serve un lavoro pubblico che incroci le competenze delle forze dell’ordine e un progetto di città aperta. Non ho mai dimenticato ciò che disse in un incontro pubblico un colonnello dei Carabinieri che all’epoca guidava il Comando di Parma: sinonimo di sicurezza è apertura, non chiusura.

 

Nel suo ruolo partecipa regolarmente ai luoghi decisionali in cui vengono analizzati dati e segnalazioni sulla sicurezza. Che tipo di quadro emerge da questi osservatori istituzionali?

Il comitato per l’ordine e la sicurezza è un osservatorio permanente: questura, carabinieri, finanza rendicontano azioni e dati; si discutono azioni congiunte, “zone rosse”, “strade sicure”, distribuzione dell’accoglienza, eventi, scioperi, grandi appuntamenti. A volte partecipano anche altre figure istituzionali, a seconda dei temi.

È interessante perché ti mette davanti una realtà spesso in controtendenza rispetto al dibattito cittadino. Ad esempio, alla Camera di Commercio, alla presentazione del rapporto sulla coesione sociale, osservavo come oggi si debba far fronte anche ad un altro tema che si fa strada: la sfiducia nei dati e nei numeri. Anche quando presenti dati positivi - crescita economica, demografia, calo di reati - una parte di cittadinanza non si fida. Ti dicono: “state manipolando” oppure “non denuncia più nessuno”. Ma non è vero. Qui si denuncia molto ed è un sintomo di buona salute.

 

Se guardiamo ai dati sulle violenze sessuali, che peso hanno realmente quelle che avvengono nello spazio urbano aperto rispetto ad altre forme di violenza meno visibili?

Se parliamo di violenze sessuali “in strada”, cioè in contesti urbani aperti, quel dato è molto basso, quasi assente. Nel 2025 è stato rilevato un solo caso. Questo non significa che il problema non esista: significa che avviene soprattutto altrove.

Le denunce per percosse, molestie, abusi sulle donne sono numerose e avvengono prevalentemente in spazi privati: dentro le mura domestiche, nei contesti lavorativi, in luoghi che dovrebbero essere protetti. Abbiamo avuto un caso in ambito teatrale che ha colpito duramente la città. Abbiamo avuto denunce in ambito sportivo. E, purtroppo, la casa resta uno dei luoghi principali della violenza.

C’è anche un dato complesso: le denunce di percosse sono aumentate. Ma il prefetto diceva una cosa importante: anni fa molte donne non denunciavano; oggi, vivendo in una società dove ci sono più strumenti e un’idea diversa dei diritti, cominciano a denunciare. Questo, per quanto doloroso, è anche un segnale di emersione.

 

Quali sono gli strumenti che il Comune ha messo in campo per lavorare sulla sicurezza, e come si tengono insieme politiche di controllo, interventi sociali e azioni sullo spazio urbano?

Ci sono le politiche di presidio e controllo e ci sono le politiche sociali e urbane che, a lungo termine, producono sicurezza.

Sul primo piano, abbiamo fatto scelte anche onerose, ma con grande convinzione. Abbiamo investito diversi milioni di euro per circa 50 nuove assunzioni nella Polizia Locale, con l’obiettivo finale di riportare all’obiettivo delle 200 unità il corpo; e poi gli agenti di comunità nei quartieri, 80 nuove videocamere, gli street tutor, un grande lavoro sull’illuminazione pubblica. E dal 16 febbraio 2026 è partito il turno notturno della Polizia Locale, che prima non esisteva: questo libera pattuglie di Polizia di Stato e Carabinieri da attività come quelle legate agli incidenti e consente un presidio più efficace.

Poi c’è tutto il lavoro più importante, che è quello sociale. Il nostro bilancio sociale supera i 70 milioni di Euro all’anno: è, con gli Educativi, il capitolo più forte del bilancio cittadino. Se chiedessimo quanta parte di quel bilancio è “sicurezza” in senso sostanziale, scopriremmo che moltissima lo è: casa, integrazione, minori stranieri non accompagnati, corsi di lingua, politiche di prossimità.

Qui entrano in gioco i poli sociali nei quartieri, i punti di comunità, le case di comunità e di quartiere. Se tre persone delinquono in Oltretorrente fanno due pagine sul giornale. Ma quante sono le iniziative quotidiane che impediscono a centinaia di persone di “cadere” dentro la marginalità? La sproporzione è enorme.

Infine c’è la pianificazione urbana. Io sono convinto che i luoghi ritenuti più insicuri siano spesso il risultato di politiche urbanistiche sbagliate, disordinate, espansive senza troppo pensiero e poche regole, che hanno prodotto spazi senza funzioni, senza presidi, con meno vita.

 

In che senso le scelte urbanistiche possono contribuire a produrre insicurezza, e quali effetti hanno nel lungo periodo sulla vita quotidiana dei quartieri?

Prendiamo San Leonardo, un quartiere che negli ultimi tempi ha dato segni di miglioramento importanti, dopo essere stato a lungo ritenuto la maglia nera della città. Si è ritrovato, negli anni, stretto tra casello autostradale, tangenziale, stazione, un numero di centri commerciali fuori controllo che spengono lo spazio urbano (quando chiudono, attorno resta vuoto), un’area industriale che in parte non è più industriale ma è fatta di fabbriche abbandonate. In trent’anni la residenzialità è cambiata e lo ha raccontato benissimo, più della politica e del giornalismo, il prete del quartiere, che da trent’anni è lì. San Leonardo è stato trascurato prima di tutto urbanisticamente. E questo vale anche per l’area stazione: errori clamorosi di amministrazioni del passato che andremo a risolvere solo in questo mandato. Un quartiere può essere “disfatto” dalla pianificazione urbana e quando lo disfi poi ci vogliono decenni per recuperare.

Se guardo quartieri che hanno visto una logica urbana più oculata - San Lazzaro, Cittadella, Montanara - vedo quartieri in cui sul fronte sicurezza la situazione è più tranquilla: c’è vita, ci sono servizi, c’è presidio sociale e urbano. 

Per questo, dentro il nostro PUG appena approvato, c’è anche un’idea di sostenibilità sociale: non accentrare tutto nel centro storico, ma distribuire di nuovo le funzioni nei quartieri. Alcuni progetti PNRR vanno in questa direzione: riqualificare edifici esistenti, portarci dentro funzioni sociali, associazioni, presidi. È un modo di riattivare luoghi senza consumare suolo.

Il punto è che penetrare questo dibattito è difficile, perché siamo in un tempo di politiche dal fiato corto: tutto deve rispondere a un’urgenza immediata. Ma se non lavori sulle cause, tra dieci anni sei ancora qui.

 

Quartieri come l’Oltretorrente sono spesso percepiti come insicuri nonostante una forte vitalità sociale. Come interpreta questa distanza tra uso intenso dello spazio pubblico e sentimento diffuso di paura?

L’Oltretorrente è un caso interessante, che vivendoci misuro ogni giorno. È un quartiere bellissimo, universitario, con tanti giovani, multiculturale e multilingue. 

Quando si parla di insicurezza in Oltretorrente, secondo me si parla soprattutto di due cose. La prima è la vita notturna e ciò che comporta: schiamazzi, bottiglie, inciviltà, rifiuti, una condizione che in alcuni punti oggettivamente esiste e non va bene. È più maleducazione e incuria che vera criminalità. La seconda è un aspetto spesso legato alla presenza di persone straniere nello spazio pubblico. Ci sono situazioni in cui mi si dice: “sono lì, bevono, parlano forte, non se ne vanno”, anche se non stanno commettendo reati. Sono cittadini che usano lo spazio pubblico anche molto a lungo, magari perché in casa vivono in condizioni dimensionalmente complicate.

Qui però occorre considerare che in molti – e soprattutto molte donne – mi dicono “non fanno nulla, ma quando torno a casa e vedo sette ragazzi che bevono e parlano, preferisco cambiare strada”. Va capito, rispettato. Il senso di vulnerabilità è reale. Ma non posso tradurlo automaticamente in “criminalità”. Sono piani diversi e lavorarci significa tenere insieme timori, diritto allo spazio, convivenza. Questo, ovviamente, al netto dei reati o di situazioni di aggressività che si manifestano anche in Oltretorrente.

 

Negli ultimi anni Parma ha iniziato a interrogarsi sulla dimensione notturna della città. Perché è importante governare la notte e quali tensioni emergono tra vitalità urbana, diritto al riposo e sicurezza?

Siamo partiti da un’idea che in campagna elettorale avevamo chiamato, provocatoriamente, “il sindaco della notte”: l’idea che una città, soprattutto se giovane e universitaria, debba avere una governance della notte. Abbiamo assegnato un incarico sperimentale a Laboranotte, un gruppo di lavoro che ha fatto questionari e ascolto: è stato prezioso, anche perché ha avuto una buona risposta. L’obiettivo era duplice. Primo: capire come migliorare la vitalità notturna in senso positivo; una città viva anche la notte è una città più felice, più sicura, con più opportunità. Secondo: contemperare questa vitalità con il diritto dei residenti al riposo. L’obiettivo è stabilire perimetri, responsabilità condivise e sperimentare. Il “secondo tempo” del lavoro sarà proprio questo: provare a fare pratica, in alcune zone, lavorando con esercenti, utenti, residenti. Dire: qui stiamo sperimentando una città notturna che funziona dentro certe regole. Le città del resto vivono sempre di più la notte: palestre, biblioteche, luoghi culturali. Mi piacerebbe vedere biblioteche aperte fino a tardi, come in molte città universitarie. Ma una città notturna richiede presidi e comportamenti diversi: di notte si abbassano le soglie di autocontrollo, cambiano i rischi.

 

Le cosiddette “zone rosse” sono diventate uno degli strumenti più discussi delle politiche di sicurezza. Che cosa fanno concretamente e quali limiti o rischi comportano?

Le zone rosse permettono di applicare norme che altrove non potresti applicare, per allontanare da specifiche aree persone con precedenti che frequentano quei luoghi. Non le allontani dall’Italia: le allontani da quella zona. 

Quando il prefetto ce le ha proposte io non mi sono opposto: se chi coordina la sicurezza in città ritiene che servano per allentare tensione, non mi metto di traverso. Ho espresso però un timore: che spostino il problema. Le prime zone rosse - stazione e Parco Ducale - hanno funzionato in modo evidente: al Parco, ad esempio, molte presenze negative sono sparite. E in quel periodo abbiamo avuto segnalazioni in Oltretorrente di arrivi “nuovi”, che i cittadini ritenevano essere uno “spostamento” dal Parco.

Poi le zone rosse si sono a loro volta mosse: Piazzale della Pace, poi altre aree. Se chiedi a un parmigiano “ti stai accorgendo delle zone rosse?” magari ti dice di no. Se chiedi “le toglieresti?” spesso ti dice ugualmente di no, perché prevale l’idea che “un giro di vite in più” sia comunque utile.

Misure di ordine pubblico come queste possono avere un’efficacia temporanea, ma la sicurezza vera - quella che produce libertà e qualità della vita - si gioca su politiche sociali e urbane e su una narrazione pubblica che non trascini le città in uno stato di angoscia permanente. Se la paura diventa il linguaggio principale, allora qualunque politica, anche la migliore, finirà per inseguirla.