Un arcobaleno per Parma
Intervista a Elena D'Epiro
Presidente de L'Ottavo Colore e coordinatrice del Centro Antidiscriminazione LGBTQI+ Un Arcobaleno per Parma
Come nasce L'Ottavo Colore e qual è oggi il suo ruolo a Parma rispetto a diritti, visibilità e comunità LGBTQIA+?
L'Ottavo Colore nasce nel 2007 come associazione di riferimento per la comunità LGBTQIA+ a Parma. Nei primi quindici anni ha avuto soprattutto una funzione aggregativa e culturale: offrire occasioni di incontro, informazioni corrette e un primo spazio di riconoscimento, in una fase in cui il bisogno principale era ridurre l'isolamento e l'invisibilità. Un passaggio chiave è stato il Parma Pride del 2020, pensato come un momento di forte visibilità pubblica. Subito dopo, però, la pandemia ha svuotato l'associazione e molti equilibri si sono spezzati. Parallelamente si è affacciata una nuova generazione, cresciuta in un mondo molto più connesso, digitale, in cui le persone arrivano già con un alto livello di consapevolezza sulla propria identità. Se prima poteva arrivare la persona trans che cercava di capire cosa stesse vivendo, oggi chi si rivolge all'associazione chiede strumenti molto più specifici: supporto legale, orientamento medico, accompagnamento psicologico. Questo ha spinto L'Ottavo Colore a spostarsi progressivamente dall'aggregazione alla costruzione di spazi sicuri in cui rispondere a condizioni di fragilità, isolamento e discriminazione. Presso la sede in Borgo S. Giuseppe 27/B è attivo un servizio di counseling psicologico legato al progetto Be Careful. Be Safe. A Call to Action, rivolto sia ai percorsi di affermazione di genere sia a un più generale benessere psicologico ed esistenziale. Dal 2021, inoltre, è operativo il Centro Antidiscriminazione LGBTQI+ Un Arcobaleno per Parma, finanziato tramite fondo nazionale UNAR e con sede in Via Bandini 6. Il Centro interviene soprattutto nei casi di discriminazione e/o violenza in fase acuta, con counseling individuale e di gruppo e con un'impostazione di lavoro di rete. I due presidi sono distinti ma complementari: l'associazione lavora anche sul benessere e sull'orientamento, mentre il Centro è strutturato per la gestione dell'emergenza e la presa in carico multidisciplinare. Negli ultimi anni, inoltre, il lavoro si è aperto in una prospettiva più intersezionale. Un esempio è il progetto My Bèsti. Workshop e Laboratori per persone con differenti abilità, realizzato con persone neurodivergenti con alto livello di supporto, che propone gruppi di dialogo ispirati al modello dei gruppi di supporto del CAD. Un'esperienza simile è stata avviata anche in carcere, non come gruppo specifico per detenuti LGBTQIA+, ma come spazio di confronto tra giovani detenuti per lavorare sulla consapevolezza della propria condizione e sullo stigma che accompagna sia l'identità sia la detenzione.
Tu coordini anche il Centro Antidiscriminazione LGBTQI+ Un Arcobaleno per Parma: che cosa fa concretamente e quali sono le richieste più frequenti che ricevete?
Il Centro Antidiscriminazione interviene quando emergono situazioni di discriminazione e/o violenza che richiedono una risposta tempestiva e strutturata. Le richieste più frequenti riguardano conflitti e violenze in ambito familiare, persone allontanate da casa, discriminazioni sul lavoro, episodi in contesti istituzionali e, più in generale, situazioni di fragilità che necessitano di orientamento e protezione. Il progetto è capofilato dal Comune di Parma, con una cornice istituzionale rafforzata dal "Protocollo interistituzionale a contrasto dell'omo-lesbo-bi-trans-fobia". La gestione operativa è portata avanti dalle realtà partner, tra cui L'Ottavo Colore - APS, Centro Interculturale di Parma e provincia APS e Giolli coop. soc., con il supporto di ulteriori organizzazioni che hanno sottoscritto lettere di intenti. Oggi il CAD lavora come équipe multidisciplinare: psicoterapeuta, legale e rappresentanti della comunità valutano insieme i casi e cercano di costruire una risposta integrata. In molti casi è sufficiente l'intervento di una singola figura professionale; in altri, soprattutto quando si tratta di persone migranti, è necessario attivare una rete più complessa di soggetti, per evitare che il percorso si frammenti. A livello metodologico, l'obiettivo è offrire una risposta di rete: il CAD non può garantire prese in carico molto lunghe, ma cerca di coordinare le risorse esistenti, mettere in relazione servizi diversi e costruire percorsi il più possibile coerenti. Un Arcobaleno per Parma nasce proprio per sistematizzare ciò che già esiste sul territorio e ottimizzare l'uso delle risorse disponibili. Negli ultimi mesi stiamo anche lavorando sulla costruzione della rete territoriale attraverso incontri mensili tra associazioni, istituzioni e servizi, per capire cosa ciascun soggetto può offrire e come far convergere risorse ulteriori in termini di competenze, know-how, costruzione di buone prassi condivise, tavoli, coordinamenti, azioni concrete attuabili nel breve periodo.
Quali sono i numeri annuali di richieste che intercettate?
Per dare un ordine di grandezza: oggi le persone supportate e/o coinvolte dal CAD sono circa 200-250 l'anno. Nel primo anno di attività erano circa 100: in tre anni i numeri sono quindi più che raddoppiati. È importante però distinguere tra "persone" e "accessi", perché una stessa persona può accedere più volte allo stesso servizio e anche a più servizi differenti. Nel primo anno abbiamo registrato 414 accessi complessivi al Centro, includendo anche attività diverse dai servizi di supporto, come iniziative formative aperte non solo a persone LGBTQI+. Nello stesso periodo, 97 persone sono state coinvolte nel progetto. Se guardiamo invece solo agli accessi ai servizi di supporto dedicati a persone LGBTQI+ (supporto legale, supporto psicologico e gruppo di supporto), nel primo anno gli accessi sono stati 127. Superata la fase di start-up, oggi siamo a circa 300-350 accessi annui ai servizi di supporto. Sul versante psicologico resta però una criticità strutturale, perché c'è sempre una lista d'attesa. Accanto alle prese in carico e ai servizi, una parte rilevante del lavoro del CAD riguarda formazione e sensibilizzazione con attori istituzionali, aziende, sindacati e scuole: nel complesso queste attività fanno sì che il Centro eroghi circa 500 prestazioni l'anno, sia come supporto rivolto all'utenza LGBTQI+, sia verso i diversi stakeholder e attori interessati raggiunti dal Centro. Anche sul fronte della rete territoriale abbiamo visto una crescita netta: gli enti coinvolti sono più che raddoppiati e oggi contiamo circa una dozzina di adesioni formalizzate tramite lettera di supporto; nel primo anno, invece, avevamo attivato relazioni e coinvolto 4 enti del territorio in iniziative varie, tra formazione e azioni integrate con il lavoro dell'équipe multidisciplinare. Per questo, quest'anno stiamo investendo molto anche sulla comunicazione, perché non è ancora del tutto chiaro se stiamo intercettando soprattutto persone che già conoscono il servizio o se riusciamo davvero a raggiungere chi è più isolato. Un target particolarmente difficile da coinvolgere è quello delle persone over 50, che rappresenta una zona d'ombra per molti CAD in Italia. L'Ottavo Colore, in ogni caso, è spesso più riconoscibile all'esterno perché le iniziative aggregative sono più leggere e più visibili; il CAD, invece, lavora frequentemente su situazioni delicate e meno esposte, e questo influisce anche sulla percezione pubblica e sulla facilità con cui le persone arrivano ai servizi.
Dal vostro osservatorio, ci sono luoghi o situazioni in cui discriminazioni e violenze emergono più chiaramente nella vita urbana?
Negli ultimi anni si sono verificati alcuni casi di aggressioni fisiche: restano ancora relativamente pochi, ma sono in aumento. Detto questo, la parte più grande è un sommerso che fatica a emergere. Parma è percepita come una città abbastanza sicura e, nella quotidianità, non è tanto la violenza esplicita a caratterizzare l'esperienza urbana quanto una costellazione di micro-aggressioni, relazioni non paritarie e comportamenti vessatori che, accumulandosi, incidono in modo significativo sulla qualità della vita. Un ambito che tende a restare particolarmente invisibile è quello della violenza interpersonale nelle relazioni queer. Oggi magari non si verificano più con la stessa frequenza dinamiche estreme come l'essere cacciate di casa, ma esistono pressioni continue e forme di controllo che si consumano anche dentro le relazioni di coppia. Spesso questa violenza viene "nascosta" per vari motivi: c'è ancora la sensazione di dover dimostrare all'esterno che le relazioni LGBTQIA+ sono "valide", quindi perfette, o comunque migliori rispetto a ciò che avviene fuori dalla cosiddetta bolla. Come associazione e come CAD abbiamo lavorato molto proprio sull'emersione e sulla gestione di questo fenomeno, che riguarda diverse tipologie di relazioni, sia quelle tra donne sia le coppie di uomini gay. In generale, la comunità può faticare a riconoscere pattern che, in contesti come i Centri Antiviolenza, risultano invece immediatamente leggibili. Sul piano dei luoghi e delle situazioni, la città può apparire accogliente nella dimensione pubblica e nella percorribilità dello spazio; la situazione cambia però quando si entra nel campo dell'accesso a diritti concreti e a riconoscimenti quotidiani, ad esempio nella ricerca di lavoro, nel coming out in famiglia, o nell'interazione con istituzioni e servizi. Raramente qualcuno si dichiara apertamente ostile all'omosessualità o all'identità di genere, ma battute, esclusioni, piccoli atti di svalutazione e ritardi nel riconoscimento dei diritti producono un impatto profondo, proprio perché sono continui e difficili da nominare.
Guardando ai prossimi anni, quali cambiamenti concreti vorresti vedere a Parma per migliorare il benessere e la possibilità di vivere lo spazio pubblico per le persone LGBTQIA+?
Il lavoro che stiamo cercando di portare avanti è soprattutto un lavoro di rete e di mappatura. La questione centrale è il supporto: come costruire alleanze stabili che rendano davvero la città un luogo accogliente. Questo può tradursi in protocolli di accoglienza condivisi anche con i commercianti, in percorsi formativi diffusi, in accordi che aiutino le persone trans a sentirsi riconosciute e non costrette a giustificare continuamente la propria identità. Una persona omosessuale, in alcuni contesti, può scegliere di nascondersi; una persona trans no. Per questo è fondamentale che l'espressione della propria identità possa avvenire senza paura. Formazioni, protocolli e alleanze di supporto sono gli strumenti principali su cui lavorare nei prossimi anni, per trasformare la libertà da principio astratto a condizione concreta di vita quotidiana.