Memoria femminile e cittadinanza attiva
Intervista a Fabrizia Dalcò
Responsabile della struttura operativa Cittadinanza Attiva, Partecipazione e Intercultura - Comune di Parma
Dal suo osservatorio, come vede oggi la partecipazione delle donne alla vita pubblica e politica della città? Quali strumenti o percorsi ritiene più efficaci per promuovere una partecipazione realmente paritaria nei processi decisionali locali?
Il quadro della partecipazione delle donne alla vita pubblica non è cambiato molto nel tempo e rimane piuttosto scarso. Credo che ciò sia dovuto a una cesura storica che ha segnato Parma rispetto ai grandi movimenti degli anni Settanta. In altre città vicine - penso a Modena o Bologna - esistono fondazioni e luoghi che hanno custodito quella memoria e quelle pratiche; anche a Parma esiste la sezione locale dell’UDI, Unione Donne Italiane, con tante presenze importanti: poi segue il movimento femminista degli anni Settanta e la nascita della Biblioteca delle Donne, ma la sua chiusura, a metà degli anni Ottanta, rappresenta una cesura dolorosa che interrompe un cammino. I materiali d’archivio vengono in parte dispersi, e solo parzialmente recuperati. Non bisogna dimenticare la fondazione del Centro Antiviolenza di Parma, un momento fondamentale per la storia collettiva delle donne di Parma. Ma quello che si interrompe è una riflessione collettiva, pubblica e politica che ha indebolito uno spirito di partecipazione politica che avrebbe potuto essere tramandato.
A ciò si aggiunge una dinamica persistente: una continua rincorsa maschile a occupare gli spazi pubblici e politici. Questo ha plasmato la fisionomia attuale della città. Anche laddove ci sono donne che emergono (e negli anni ce ne sono state), si tratta spesso di figure forti ma isolate, non di percorsi collettivi.
Oggi tuttavia noto segnali di inversione di tendenza, soprattutto sul fronte istituzionale e da parte associativa (penso alla Casa delle Donne e a Women for Women), anche grazie a strumenti legislativi come la doppia preferenza di genere o l’obbligo, nelle giunte, di una quota minima di rappresentanza femminile. Senza questi strumenti, non so quale sarebbe oggi la situazione a Parma. Le quote, in questo senso, sono state decisive.
Sul fronte della partecipazione pubblica, non solo politica, la presenza femminile è invece molto alta. Gli ambiti partecipativi vengono spesso percepiti come luoghi dove si esercita una “cura” della città - ambientale, sociale, economica - e le donne portano un bagaglio di esperienze familiari, professionali ed educative che le avvicina naturalmente a questi processi.
Rimane aperta la questione del peso reale che la partecipazione ha nelle decisioni politiche. All’interno del gruppo nazionale che sta lavorando alle Linee guida per la partecipazione, uno dei temi centrali è proprio capire quanto gli esiti dei percorsi partecipativi vengano effettivamente assunti da chi governa.
Sul piano generazionale emerge infine un altro nodo. C’è una forte tendenza a “targettizzare”: per esempio con Parma Capitale dei Giovani 2027 si promuovono percorsi pensati specificamente per le persone più giovani, e così deve essere. Noto, e con grande piacere, una presenza di giovani donne determinate, capaci di imporre un pensiero e di plasmare il presente. Questo è di buon auspicio per il futuro.
Lei si occupa di toponomastica femminile da tempo, intrecciando questo tema con il lavoro sulle pari opportunità. In che modo, a suo avviso, la scelta dei nomi nello spazio pubblico può diventare un gesto politico e culturale, capace di incidere sulla costruzione dell’immaginario collettivo e del senso di appartenenza alla città?
Ho spesso la sensazione che, quando il femminile prova a lavorare su un tema, le condizioni non siano mai del tutto favorevoli. Siamo in una fase in cui l’espansione urbanistica è ridotta, e quindi si sente spesso dire che “non c’è molto da intitolare”. L’ultimo grande intervento risale ormai a diversi anni fa: il quartiere a nord del quartiere San Leonardo, interamente dedicato a figure femminili, una scelta molto significativa. Oggi invece le occasioni di nuove intitolazioni sono pochissime.
Negli anni scorsi si è lavorato sulle partigiane, intitolando loro alcuni tratti di parco. Ma resta un problema strutturale: quando si chiede alla cittadinanza di proporre dei nomi, emergono sempre figure di rilievo nazionale. Trovare riferimenti femminili locali è difficile, e questo è un nodo politico. La storia delle donne di Parma è stata poco studiata e considerata marginale; eppure è fondamentale per costruire un senso di appartenenza.
Per me la dimensione locale è decisiva. Non si tratta di localismo, ma di riconoscere che una comunità cresce anche attraverso le sue figure femminili, spesso fondamentali ma invisibili. Intitolare spazi a queste presenze significa restituire loro un ruolo pubblico e costruire un immaginario collettivo diverso.
Penso anche alla scuola e ai cartelli stradali: molto spesso non compare il nome completo, e ci si accorge che si tratta di una donna solo perché è una santa. Il gesto simbolico, in questo contesto, acquista un peso enorme.
La rappresentazione simbolica nello spazio urbano - strade, monumenti, luoghi della memoria - contribuisce a definire chi è visibile e riconosciuto nella storia di una comunità. Ritiene che questo piano simbolico possa dialogare con le politiche di partecipazione e con i percorsi di sensibilizzazione contro la violenza di genere?
Sì, credo che il piano simbolico abbia un ruolo importante. La città delle donne, un percorso che mappava luoghi significativi della storia femminile - dalla sede del Centro Antiviolenza alle fabbriche protagoniste del grande sciopero delle bustaie - è stato un progetto molto potente. Sarebbe interessante pensare anche a intitolazioni collettive: la storia delle bustaie, per esempio, è straordinaria, un grande sciopero che ha portato al riconoscimento dei loro diritti lavorativi.
Sul fronte dei monumenti, invece, siamo quasi fermi. Faccio un esempio: a Padre Lino è dedicata una statua in piazzale Inzani, figura nota e discussa; la sua “controparte” femminile, Madre Anna Maria Adorni, non ha nulla. È un’immagine molto chiara di come il simbolico continui a funzionare. Si tratta di processi lunghi e complessi.
Guardando al futuro, quali percorsi o iniziative pensa possano favorire una narrazione della città più equa, che valorizzi in modo equilibrato esperienze e contributi femminili, anche attraverso pratiche di cittadinanza attiva e progetti partecipativi?
La prima cosa che mi viene in mente è la ricostituzione della Consulta dei Popoli, un istituto di partecipazione del Comune di Parma rivolto alle comunità straniere. Siamo alla sua terza edizione e, per la prima volta, la maggioranza dei rappresentanti nominati dalle associazioni è femminile. È un cambiamento molto significativo: racconta di una trasformazione profonda e del protagonismo crescente delle donne straniere anche nella vita cittadina.
Osservo anche una maggiore capacità di fare rete tra donne provenienti da paesi diversi, cosa che non avveniva con questa intensità negli anni scorsi. Molte associazioni oggi sono guidate da donne, e questo facilita le connessioni. È un cambio di passo importante.
Sul piano culturale noto lo stesso fenomeno: penso ai progetti teatrali di Andreina Gavanella, a Vagamonde, frutto di anni di lavoro con donne di origini diverse. Sono segnali forse piccoli, ma rivelatori.
Una narrazione contemporanea della città deve muoversi in questa direzione: una visione intersezionale capace di mettere in relazione esperienze femminili eterogenee e di valorizzarne i contributi.
In vista di Parma Capitale dei Giovani si sta investendo molto anche su questo target. Cito un progetto a cui tengo: Municipio, luogo di democrazia, luogo di memoria, nato in collaborazione con il Centro Studi Movimenti. Dopo anni in cui il formato prevedeva una visita al Consiglio Comunale, ora stiamo lavorando per offrire percorsi più lunghi e approfonditi a quei ragazzi e quelle ragazze che durante queste esperienze si rivelano particolarmente motivati e attente, anche quando a scuola non emergono. Individuare e sostenere queste energie può essere una svolta, anche per il futuro della città.