Uno spazio sicuro per tutte


Intervista a Silvia Vesco

Responsabile area salute CIAC - Centro Immigrazione Asilo Cooperazione Internazionale


Il CIAC rappresenta, per il territorio di Parma, un punto di riferimento nelle politiche di accoglienza e integrazione. Qual è oggi la vostra missione e quali sono i principali progetti che portate avanti per accompagnare le persone migranti sul territorio?

CIAC lavora costruendo reti tra istituzioni pubbliche, realtà del terzo settore e comunità locali, con l'obiettivo di accompagnare le persone migranti oltre la fase iniziale dell'accoglienza, lungo percorsi più ampi di benessere, autonomia e partecipazione alla vita della città. Il nostro lavoro non si esaurisce quindi nell'emergenza: prova a intercettare i bisogni nel medio e lungo periodo, riconoscendo la complessità delle traiettorie di vita delle persone che arrivano. L'organizzazione è strutturata in otto aree di lavoro, ciascuna dedicata a un ambito specifico, con équipe che seguono i percorsi in modo integrato. CIAC è attivo in diversi percorsi di accoglienza e presa in carico, come l'accoglienza istituzionale in SAI, in cui i Comuni sono enti titolari: attualmente quasi trecento persone sono accolte in appartamenti distribuiti tra Parma e la provincia. L'accoglienza materiale è sempre accompagnata da un percorso personalizzato, che include orientamento, tutela e supporto alla costruzione di relazioni sul territorio. Nel tempo, il concetto di tutela si è trasformato profondamente. Da una tutela prevalentemente giuridica si è progressivamente passati a una tutela sociale, che mette al centro il ruolo delle relazioni come fattore di protezione. La discriminazione strutturale, anche nei servizi, porta infatti alla riproduzione di meccanismi di esclusione e razzismo che hanno un impatto sulla vita delle persone. Per questo CIAC lavora sempre più sulla costruzione di spazi in cui le persone accolte possano essere protagoniste. Un esempio significativo di questo approccio è l'apertura dell'Edicola E.QU.A., pensata come spazio di incontro riconoscibile e accessibile. Questo orientamento ci ha portato a ripensare molti servizi in termini di spazi: luoghi in cui ciascuna persona porta le proprie competenze, in cui la relazione e il reciproco riconoscimento diventano centrali. Anche l'ufficio, in questa prospettiva, è concepito come uno spazio in cui stare, riposare, raccontarsi, soprattutto per persone in situazione di forte marginalità. In questi contesti, anche i livelli di conflitto tendono ad attenuarsi.


Per avere un quadro chiaro dell'impatto delle vostre attività sul territorio di Parma e provincia, puoi condividere alcuni dati recenti sull'accoglienza gestita da CIAC?

Nel corso del 2024 CIAC ha garantito accoglienza e supporto complessivamente a 603 persone tra richiedenti asilo, rifugiati e titolari di protezione, all'interno di un sistema di accoglienza diffusa composto da 77 strutture distribuite sul territorio provinciale, per un totale di circa 380 posti. L'accoglienza si concentra principalmente nel Comune di Parma e nei Distretti di Fidenza e Sud-Est, in raccordo con i Comuni titolari dei progetti SAI. All'interno di questo quadro, i progetti SAI hanno accolto 459 persone, mentre altre 144 sono state supportate attraverso progettualità di Housing Led, pensate per garantire continuità abitativa e accompagnamento all'autonomia a nuclei familiari, persone singole e nuclei monogenitoriali in uscita dall'accoglienza istituzionale o in condizioni di forte vulnerabilità abitativa. Un dato particolarmente rilevante riguarda la composizione dell'accoglienza: nel 2024 i nuclei familiari e monogenitoriali rappresentano il 71% delle persone accolte. Cresce inoltre il numero dei minori, che raggiungono le 134 unità, con un aumento significativo rispetto agli anni precedenti e con una presenza sempre più rilevante di minori con disabilità o con bisogni sanitari complessi. Questo dato incide in modo diretto sulla durata e sull'intensità dei percorsi di presa in carico. Dal punto di vista delle provenienze, nel 2024 i profughi ucraini rappresentano circa il 24% delle persone accolte, seguiti da persone provenienti da Nigeria, Pakistan, Tunisia, Costa d'Avorio e Afghanistan. Parallelamente, si registra una progressiva riduzione dei posti di accoglienza istituzionale a fronte di un bisogno territoriale in crescita: la lista d'attesa informale gestita da CIAC ha raggiunto nel 2024 una media mensile di 93 persone. Questi elementi restituiscono un quadro in cui l'accoglienza non è più una fase temporanea e lineare, ma un processo sempre più lungo e complesso, che richiede interventi articolati, capacità di adattamento dei servizi e un forte lavoro di rete con il territorio.


L'integrazione delle donne migranti rappresenta una sfida complessa, che tocca diritti, salute, autonomia economica e partecipazione sociale. Quali servizi e percorsi attivate per rispondere a questi bisogni?

Il lavoro da fare è ancora molto. Questo tema non riguarda soltanto le donne straniere: tocca da vicino anche le difficoltà vissute da molte donne italiane, in particolare rispetto alla conciliazione tra percorsi individuali e carichi di cura. Uno degli aspetti più critici è quello dell'accessibilità ai servizi che dovrebbero sostenere i percorsi personali e la cura familiare. Questi servizi sono ancora insufficienti e poco flessibili, mentre il bisogno cresce. Molte famiglie straniere, infatti, non possono contare su reti informali di supporto, che per le famiglie italiane rappresentano spesso una risorsa fondamentale. Questo elemento potrebbe diventare la base per una rivendicazione comune più ampia. Esistono inoltre servizi standard rivolti alle persone migranti che, però, non tengono conto delle specifiche condizioni delle donne, e in generale del ruolo che giocano le disuguaglianze. I corsi di lingua ne sono un esempio evidente: orari serali o poco flessibili, sedi difficilmente raggiungibili senza un mezzo privato e assenza di servizi di supporto alla cura rendono la partecipazione molto complessa. In alcuni casi è bastato affiancare un servizio di babysitting perché la domanda crescesse in modo significativo. Anche il trasporto pubblico rappresenta una barriera rilevante, soprattutto fuori dalla città di Parma: un autobus, ad esempio, non è in grado di ospitare più passeggini contemporaneamente. A queste difficoltà materiali si affianca una narrazione diffusa e spesso stereotipata, che interpreta le donne migranti come soggetti da "emancipare", attribuendo loro una presunta adesione a modelli tradizionali. In realtà, il modello di autonomia proposto è spesso insostenibile: anche quando un bambino riesce ad accedere ai servizi educativi, tutto il carico organizzativo ricade sulla madre. Le disuguaglianze e le barriere di accesso ai servizi restano quindi un tema largamente sottovalutato.


Il progetto Spazio sicuro per le donne e le ragazze rappresenta un'iniziativa innovativa per il territorio. Come funziona e quali bisogni intercetta?

Lo Spazio sicuro per le donne nasce dal riconoscimento che l'attraversamento dello spazio pubblico, per una donna razzializzata o rifugiata, può essere particolarmente complesso. Alcune donne evitano l'esposizione per timore di giudizi o discriminazioni, ad esempio legate all'uso del velo; altre vivono all'interno di circuiti molto chiusi, limitando le relazioni allo spazio domestico o a reti comunitarie ristrette. Lo Spazio Sicuro si configura come un luogo ibrido, a metà tra il privato e il pubblico, non pensato come servizio prestazionale ma come spazio di relazione. Qui le donne possono sentirsi accolte, ascoltate e riconosciute, senza l'urgenza di dover "portare un bisogno" specifico. Attraverso il confronto e la condivisione delle esperienze si avvia un processo che porta anche a una politicizzazione della cura: le difficoltà individuali vengono rilette come problemi strutturali e condivisi, riducendo il senso di colpa e di fallimento personale. Questo passaggio è centrale per la legittimazione della parola e per il riconoscimento dei propri bisogni. Nel tempo, lo spazio è diventato anche un luogo di attivazione e di mutuo aiuto. Le donne iniziano a sostenersi reciprocamente, a scambiarsi informazioni, piccoli aiuti concreti e consigli, imparando anche a stare nel conflitto e nella differenza. Pur nella complessità delle dinamiche di gruppo, lo Spazio Sicuro mantiene una porta aperta, valorizzando la continuità della relazione e il diritto di ciascuna a rimanere parte del percorso. Progressivamente, lo spazio è diventato anche un luogo di connessione con altri servizi del territorio, come il consultorio e i servizi educativi. Questo è avvenuto perché durante gli incontri emergevano con forza le difficoltà di accesso a tali servizi, aggravate da una fase di forte sofferenza del sistema pubblico. Episodi di giudizio o stereotipizzazione - ad esempio legati ai ritardi o ai cosiddetti "tempi africani" - hanno reso evidente la necessità di lavorare sulla relazione tra servizi e persone. In alcuni casi CIAC ha attivato collaborazioni dirette, arrivando anche a spostare alcuni incontri all'interno dei consultori. Questo lavoro ha contribuito a superare l'idea di un conflitto strutturale tra servizi e utenti, favorendo una maggiore conoscenza reciproca: le persone comprendono meglio il funzionamento dei servizi e i servizi acquisiscono maggiore consapevolezza dei bisogni delle persone migranti. Un ambito particolarmente critico resta quello dell'accesso ai nidi, dove bandi e procedure risultano complessi; anche qui, progetti mirati sulla conciliazione hanno permesso di sperimentare strumenti come informative multilingue, momenti informativi accessibili e accompagnamenti più precoci. In passato esistevano due sedi dello Spazio Sicuro anche in provincia, a Sissa e a Trecasali. Dopo una fase di forte partecipazione nel periodo pre-pandemico, le interruzioni legate al Covid e la difficoltà di ricostruire i gruppi hanno reso complessa la ripartenza. Parallelamente, la sede di Parma ha registrato una crescita significativa della partecipazione, portando CIAC a concentrare qui le risorse, con tre aperture settimanali.


Guardando agli esiti dei percorsi di accoglienza, quante persone riescono a raggiungere una stabilità lavorativa e abitativa? Quali criticità emergono in particolare per le donne?

Per quanto riguarda il lavoro, nella maggior parte dei casi si riesce a trovare un'occupazione. L'abitare rappresenta invece oggi l'ostacolo più grave. Anche persone con un lavoro stabile incontrano barriere enormi nell'accesso alla casa, una difficoltà che si aggrava di anno in anno. La presenza di figli rende la situazione ancora più fragile, alimentando una costante paura di perdere l'alloggio. I percorsi di uscita dall'accoglienza appaiono spesso estremamente precari, sempre "sul filo del rasoio". Basta un evento - la perdita della casa, del lavoro, una relazione che si interrompe, una gravidanza - perché l'equilibrio costruito con fatica venga meno e si torni a chiedere aiuto. Non è raro incontrare oggi donne che rientrano nei servizi dopo molti anni, con storie frammentate e segnate da una forte instabilità. Per le donne straniere la ricostruzione di una condizione sociale e familiare è particolarmente difficile, anche a causa della fragilità delle reti di supporto. A questo si aggiunge un forte senso di vergogna: l'idea di aver "fallito", di aver fatto scelte sbagliate, pesa moltissimo. Spesso le donne sentono di non potersi permettere errori, come se dovessero aderire a un modello irraggiungibile di autonomia e successo. CIAC sta iniziando a interrogarsi su come mantenere relazioni anche con chi ha concluso formalmente il percorso di accoglienza ma si trova comunque in difficoltà. Far capire che il supporto può continuare, anche al di fuori dei progetti strutturati, è una sfida aperta. Esiste poi il tema cruciale dei documenti: la dipendenza da un partner per il permesso di soggiorno può intrappolare le donne in relazioni problematiche, riducendo drasticamente le alternative. I tempi richiesti a queste donne sono spesso insostenibili: affrontare problemi di salute mentale, crescere figli, imparare l'italiano, lavorare, frequentare corsi di formazione. In questo quadro, le relazioni tornano a essere decisive. Le forme di mutuo aiuto e i legami con famiglie italiane hanno, in alcuni casi, fatto una differenza reale. Questo vale anche per le nuove generazioni, adolescenti che crescono in Italia ma si confrontano quotidianamente con il rischio di essere percepite come estranee, stigmatizzate o etichettate.