Tra tutela e marginalità: il sex work oggi a Parma 


Intervista a Silvia Chiapponi

S.O. Fragilità - progetto “Oltre la Strada”, Comune di Parma


Il tema del sex work continua a suscitare dibattito, anche per le implicazioni sociali e di tutela dei diritti. Quali strumenti o servizi sono oggi attivi a Parma per garantire sicurezza, salute e diritti alle persone che praticano sex work?

Quando parliamo di sicurezza, è importante essere molto chiare: non esistono strumenti che garantiscano davvero una condizione di sicurezza alle persone che praticano sex work. La percezione di insicurezza è una dimensione costante, che emerge con forza dal lavoro di strada e dal contatto quotidiano con le persone. La differenza principale è tra strada e indoor: in strada, in qualche modo, si sceglie il cliente; nei contesti chiusi questa possibilità viene meno, e anche la possibilità di chiedere aiuto è più complessa. Sul piano della tutela della salute e dei diritti, il lavoro delle unità di strada resta centrale. Parliamo di prevenzione sanitaria, di orientamento e di facilitazione nell'accesso ai servizi quando emergono bisogni specifici. Lavorando in contesti più stanziali, le persone hanno oggi una maggiore autonomia nell'accesso ai servizi, e una parte rilevante del lavoro riguarda l'informazione sui diritti, a partire dal diritto alla regolarità. Quindici anni fa la maggior parte delle donne che incontravamo era irregolare; oggi la situazione è profondamente cambiata, e il lavoro si concentra più sull'esercizio consapevole dei diritti che su percorsi di emersione dall'irregolarità.


Le persone che praticano sex work, in particolare quelle LGBT+, sono spesso esposte a discriminazioni o violenze. Esistono collaborazioni strutturate tra istituzioni, associazioni e forze dell'ordine per prevenire o contrastare queste situazioni?

Non esistono prassi operative formalizzate con le forze dell'ordine in un'ottica di prevenzione. L'intervento resta prevalentemente repressivo e legato alla pubblica sicurezza, con operazioni che vengono giustificate come tutela della comunità, ma non come protezione delle persone che praticano sex work. Dal 2004 a oggi non ci sono state attività congiunte strutturate in chiave preventiva. Ci sono stati periodi di maggiore collaborazione in ottica investigativa, soprattutto quando alcune persone vittime di tratta decidevano di denunciare situazioni di sfruttamento. Tra il 2015 e il 2018, insieme alla Prefettura, abbiamo lavorato su una procedura di identificazione delle vittime o potenziali vittime di tratta, in un contesto in cui molte giovani donne nigeriane erano inserite in meccanismi coercitivi. La collaborazione più stabile e proficua resta però quella con l'Azienda USL, in un'ottica di tutela sanitaria. Attraverso i finanziamenti regionali per la riduzione del danno abbiamo costruito, nel tempo, interventi molto concreti: accesso facilitato ai consultori, ostetriche che raggiungevano le persone in strada, campagne di sensibilizzazione sull'HIV. Oggi il fenomeno è cambiato e pone nuove sfide, in particolare per quanto riguarda le persone trans e l'accesso a percorsi complessi come la PrEP o la presa in carico per le infezioni sessualmente trasmissibili.


Esistono dati sul numero di persone che praticano sex work a Parma e in provincia? E cosa ci dicono rispetto alla dimensione della scelta?

I dati che abbiamo non sono esaustivi: si tratta di numeri legati al nostro osservatorio. Sul lavoro indoor monitoriamo settimanalmente gli annunci relativi al territorio di Parma e provincia, in aree come Noceto, Ponte Taro e Fidenza. Contattiamo i numeri associati agli annunci, prevalentemente tramite SMS, presentando i servizi di tutela sanitaria e dei diritti. Parliamo di circa una trentina di annunci al mese. Nel periodo luglio-settembre 2025 abbiamo avuto 11 contatti in strada: 7 donne, 3 persone trans e una persona che non ha dichiarato il genere; 5 provenienti dall'Unione Europea e 3 dal Sud America. Nello stesso periodo abbiamo monitorato 90 annunci, di cui 14 nuovi. Stiamo inoltre sperimentando un'attività specifica rivolta a persone provenienti da contesti asiatici, come Cina e Indonesia, attraverso una mediatrice culturale che dedica alcune ore settimanali ai contatti telefonici. È un ambito particolarmente complesso: spesso lo stesso numero compare in annunci diversi, rendendo difficile qualsiasi lettura lineare del fenomeno. Non includiamo invece l'indoor nei centri massaggi o nei locali, perché non sono contesti verificabili e le persone risultano formalmente assunte con altre mansioni.


Negli ultimi anni il sex work si è spostato sempre più in contesti privati. Come valutate questa trasformazione e quali interventi ritenete oggi prioritari?

Il Covid ha accelerato un processo che era già in atto. Le restrizioni hanno reso evidente una modalità percepita come più sostenibile da molte persone, ma il cambiamento era iniziato prima. A questo si sono aggiunte le politiche migratorie: un tempo la regolarizzazione passava quasi esclusivamente dalla denuncia e dai percorsi previsti dall'articolo 18; oggi la richiesta di asilo garantisce una condizione di regolarità e l'accesso all'accoglienza, modificando profondamente il senso dei progetti antitratta. Anche l'ingresso della Romania nell'Unione Europea ha rappresentato uno spartiacque. Oggi, persino all'interno di circuiti coercitivi, i guadagni possono risultare più alti rispetto a quelli garantiti dai percorsi di supporto sociale. Questo produce una situazione in cui molte persone dichiarano di "scegliere" di restare nel sex work, ma con margini di riprogettazione praticamente nulli. Nel gruppo trans, inoltre, emerge spesso un intreccio con l'uso di sostanze, funzionale a sostenere ritmi di vita molto intensi.


Esistono servizi dedicati al benessere psicologico delle persone che praticano sex work?

La risposta è articolata. All'interno delle unità di strada è sempre presente una figura psicologica, che svolge un ruolo fondamentale soprattutto nella fase di aggancio: aiuta a costruire una relazione di fiducia, offre ascolto, orientamento e un primo supporto di tipo consulenziale. In molti casi il lavoro psicologico serve prima di tutto a rendere possibile il contatto, più che ad avviare percorsi strutturati. L'attivazione di veri e propri percorsi di salute mentale avviene solo su richiesta esplicita e quando emergono bisogni riconosciuti come tali dalla persona stessa. In questi casi ci appoggiamo ai servizi esistenti sul territorio - consultori, spazi salute per persone migranti, sportello Arcobaleno - ma si tratta sempre di percorsi complessi, che richiedono tempi lunghi e una forte continuità, difficile da garantire. Va inoltre considerato che molte persone che praticano sex work portano vissuti di trauma, esperienze migratorie difficili, isolamento sociale o condizioni di marginalità che rendono l'accesso ai servizi di salute mentale particolarmente faticoso. Spesso le priorità sono altre: la sicurezza immediata, la salute fisica, la gestione della quotidianità. In questo quadro, il benessere psicologico rischia di restare sullo sfondo. Ad oggi, a memoria, non esistono a Parma percorsi di salute mentale pensati in modo continuativo e specifico per questo ambito. Anche per questo il lavoro delle unità di strada resta centrale: non tanto come risposta risolutiva, ma come spazio di presenza costante, capace almeno di intercettare il disagio e di non lasciarlo completamente invisibile.


Per chi desidera uscire dal sex work, quali percorsi di sostegno sono attivi a Parma?

Accreditiamo percorsi previsti dall'articolo 18 e, sul territorio comunale, esiste un soggetto attuatore che gestisce l'accoglienza. La discriminante principale resta il tipo di documento posseduto: da questo dipende l'accesso o meno a specifiche misure di protezione. I percorsi prevedono accoglienza abitativa, alfabetizzazione, accompagnamento ai servizi e, laddove possibile, inserimento lavorativo. Va però detto con chiarezza che rispetto al passato questi percorsi si sono drasticamente ridotti. Da anni non registriamo quasi più situazioni in cui le persone decidono di denunciare e di attivare percorsi di protezione formale. Questo non significa che le condizioni di sfruttamento siano scomparse, ma che il contesto è cambiato profondamente: oggi esistono modalità di regolarizzazione alternative, come la richiesta di asilo, che rendono meno centrale il passaggio attraverso la denuncia. C'è poi un nodo strutturale che riguarda la sostenibilità dei percorsi di uscita. Anche quando una persona si trova all'interno di un circuito coercitivo, spesso il guadagno economico resta superiore a quello che potrebbe ottenere attraverso un percorso di supporto sociale o di inserimento lavorativo. Questo rende molto fragile qualsiasi proposta alternativa, soprattutto in assenza di reali opportunità di autonomia. Il quadro che emerge è quello di un lavoro sempre più concentrato sulle persone che restano nel sex work, spesso per mancanza di alternative concrete. In molti casi si tratta di una scelta dichiarata, ma fortemente condizionata, in cui la possibilità di riprogettarsi altrove è praticamente nulla. Questo vale in particolare per le persone trans, per le quali il sex work si intreccia frequentemente con l'uso di sostanze e con ritmi di vita che rendono ancora più complessa qualsiasi ipotesi di uscita. Tutto questo pone una questione politica e sociale molto ampia: gli strumenti che abbiamo a disposizione oggi non sono più adeguati a leggere e ad accompagnare le trasformazioni del fenomeno. Continuare a ragionare solo in termini di emersione, protezione o uscita rischia di non intercettare la realtà delle persone, che chiedono prima di tutto tutela, accesso ai servizi e riconoscimento dei propri bisogni nel qui e ora.