L'abitare come politica urbana


Intervista a Ettore Brianti

Assessore al welfare e alle politiche abitative, Comune di Parma


A maggio 2026 avete presentato gli avanzamenti di Fa’ la casa giusta!. Quali sono oggi i risultati più significativi e quali invece gli aspetti più complessi da portare avanti? Su quali numeri concreti - alloggi assegnati, recuperati, in cantiere - si misura oggi il lavoro del Comune?

Il punto di partenza è ragionare come sistema di città, tenendo insieme la disponibilità di alloggi ERP e le richieste di accesso che continuano ad arrivare. Tra il 2023 e il 2025 abbiamo investito oltre dieci milioni di Euro per rendere nuovamente assegnabili 532 alloggi ERP che erano sfitti, mentre altri 69 sono in fase di recupero: arriviamo così a 601 unità complessive. Sono numeri importanti, ma il punto non è il recupero in sé: stiamo cercando di cambiare il modo in cui le case sfitte vengono rimesse in circolo, calibrando gli strumenti su giovani, famiglie in difficoltà economica, donne con figlie e figli, persone che attraversano separazioni o condizioni di particolare marginalità.

A questo si aggiungono i programmi finanziati dal PNRR, che porteranno alla riqualificazione di 205 unità residenziali oggi in fase di collaudo: 156 con il PINQuA Mosaico Abitativo Solidale, 27 con il Piano Complementare PNC-PNRR e altre 22 con le linee dedicate all’abitare e alla coesione sociale. Nel 2026 abbiamo inoltre avviato Abitare+Parma, un partenariato pubblico-privato che punta a circa trecento nuovi alloggi a costi sostenibili, con un investimento stimato intorno ai settanta milioni di Euro.

Sul fronte della nuova edilizia residenziale pubblica abbiamo approvato un condominio da venticinque alloggi ERP a Vicofertile, mentre altre 24 unità arriveranno dalla riconversione dell’ex scuola di Cervara e di una parte dell’ex municipio di Corcagnano: quarantanove nuove unità complessive.

Dietro questi numeri c’è anche una trasformazione che riguarda le persone e il modo di abitare. Nei condomini ACER esistono da tempo le e i capicondominio - amministratrici e amministratori che vivono nello stabile e ricevono un piccolo budget per occuparsene - un’esperienza che oggi abbiamo rilanciato anche nella forma del portierato sociale. I quartieri sono cambiati, così come le persone che li abitano, e l’abitare nei condomini pubblici si è trasformato di conseguenza: è un tema delicato, in cui il progetto sociale pesa moltissimo.

Abbiamo anche avviato una richiesta di finanziamento legata al tema delle madri sole con figlie e figli, immaginando per esempio figure di supporto condominiale che possano affiancare queste situazioni nella gestione quotidiana.

Anche Mosaico Abitativo Solidale nasce dalla stessa filosofia: spazi condivisi di socializzazione, forme di aiuto reciproco come la banca del tempo, studentesse e studenti che svolgono attività di volontariato in cambio dell’abitare. I laboratori compiti accolgono più di mille persone all’anno in cinquanta punti della città, e stiamo già ragionando su come portarli anche dentro ai cohousing. Con ASP abbiamo inoltre aperto una coprogettazione sull’abitare per individuare le facilitatrici e i facilitatori del MAS 1 e del parco intergenerazionale. L’idea di fondo è costruire possibilità di condivisione e sostegno reciproco.


Sul mercato libero, chi non ha cittadinanza italiana - soprattutto donne con figlie e figli e persone senza un contratto stabile - incontra ostacoli che vanno oltre il reddito: garanzie richieste, fideiussioni, discrezionalità di agenzie e proprietari, razzismo più o meno esplicito. Il Parma Housing Center riesce a intervenire anche su queste situazioni? Avete dati sulle famiglie di origine straniera intercettate dal Patto per la Casa e su quante invece restano escluse? E quanto il tema abitativo incide poi, più in generale, sulle tensioni sociali e sulla sicurezza percepita in città? 

All’interno della popolazione migrante ormai esiste una componente stabilmente inserita in città, e da parte del Comune non c’è alcun blocco rispetto a questo tema. La strategia è piuttosto quella di considerare le persone migranti una risorsa e creare le condizioni per un inserimento stabile nel mondo del lavoro. In questa direzione l’Unione Industriale, insieme al terzo settore, ha avviato un progetto di formazione linguistica e lavorativa che in due anni ha preso in carico circa seicento persone.

Quando però una persona esce dal SAI, il nodo dell’abitare resta molto forte. C’è naturalmente l’ERP, ma lì si apre anche il tema delle famiglie numerose a fronte di alloggi spesso piccoli: il patrimonio disponibile è composto in larga parte da mono, bilo e trilocali, e proprio per questo è in corso un progetto di recupero finalizzato anche all’ampliamento degli appartamenti.

L’altro strumento importante è la Fondazione Housing Center, che prova a intervenire su una resistenza molto diffusa costruendo un’alleanza con le circa settemila persone che a Parma possiedono una casa sfitta. La Fondazione si rivolge a chi teme morosità o problemi nella gestione dell’immobile e propone uno schema rassicurante - cedolare secca, canone concordato - perché è la Fondazione stessa a stipulare il contratto d’affitto.

Inseriamo persone con un reddito compreso tra 9.500 e 34.000 Euro, in alcuni casi fino a quarantamila, che però restano escluse dal mercato libero. Nella fascia di tutela concordata con la Regione si arriva a garantire fino a ottocento Euro mensili di affitto: la Fondazione paga direttamente e poi subaffitta, e se emergono difficoltà nel pagamento si apre un lavoro di accompagnamento e mediazione.

Abbiamo inoltre stretto accordi con le agenzie immobiliari affinché non siano concorrenti ma promotrici del modello presso chi possiede immobili sfitti. Anche la TEP, per esempio, ha già opzionato alcuni appartamenti da destinare al proprio personale.


Una dimensione poco visibile nelle politiche abitative è quella delle persone LGBTQIA+, che talvolta lasciano la casa familiare molto presto perché non riconosciute o sostenute nel proprio contesto domestico; per le persone trans, poi, le difficoltà di accesso al lavoro e quindi alla casa spesso si amplificano. Il Comune ha intercettato questo tema, magari attraverso il dialogo con le associazioni del territorio? Avete ragionato su forme di accompagnamento o dispositivi dedicati? 

Il dialogo con il settore Pari Opportunità del Comune esiste, e se vogliamo davvero riconoscere le differenze dobbiamo accettare che una persona giovane che vive un conflitto familiare su temi così delicati abbia bisogno di strumenti specifici.

Alle persone giovani destiniamo soprattutto alloggi piccoli, di cui fortunatamente abbiamo una buona disponibilità, anche se va detto che non registriamo numeri particolarmente alti di richieste legate a queste situazioni.

In contesti come questo si possono però immaginare progetti specifici: spostare alcuni appartamenti di proprietà comunale fuori dalla gestione ERS o ERP, costruire percorsi con attenzioni dedicate, lavorare insieme al terzo settore che su questi temi possiede competenze più strutturate. Lo stesso vale per altre situazioni di vulnerabilità abitativa, come nel caso delle persone che escono dal carcere.

L’aspetto importante è però evitare meccanismi di segregazione e mantenere un equilibrio sociale all’interno dei condomini: bisogna costruire le condizioni perché ciascuna persona possa avere un percorso di vita praticabile e dignitoso.

Esiste poi anche una questione culturale: molte persone giovani che raggiungono un’autonomia abitativa continuano a pensare “io nelle case popolari non ci vado”. È un pregiudizio ancora molto diffuso. Per questo stiamo lavorando molto anche sul racconto delle case pubbliche e il centenario di ACER, che cade proprio nel 2026, può diventare un’occasione importante per cambiare quello sguardo.


Guardando alla fase che si apre ora, qual è il fronte su cui sente che il lavoro politico e progettuale sia ancora incompleto? Quali sono i temi che la città dovrà affrontare nei prossimi anni e su cui oggi non esiste ancora una risposta stabile? 

Fa’ la casa giusta! era un progetto triennale, e adesso va ripreso e rilanciato. Va messo al centro lo sviluppo legato alla riqualificazione urbana, e il nuovo PUG ci metterà nelle condizioni di farlo. Dobbiamo continuare a lavorare sul patrimonio ERP e cercare nuove risorse - anche attraverso i fondi regionali BEI - senza dimenticare il recupero dell’edilizia pubblica, dalle scuole agli altri edifici.

C’è poi una logica di filiera a cui tengo molto: se vivo in ERP con uno stipendio basso e la mia situazione migliora, dovrei poter passare all’ERS e continuare lì il mio percorso abitativo. Occuparsi della classe media emergente significa anche questo: sostenere politiche di affitto, strumenti di rent to buy e immaginare persino forme di bond sociali, cioè un coinvolgimento diretto della comunità nello sviluppo di nuovi alloggi.

Tutto questo va tenuto insieme all’altro grande fronte, quello dell’abitare sociale per la popolazione anziana. Stiamo per inaugurare appartamenti dedicati a persone anziane parzialmente autosufficienti, poi c’è il MAS 2 pensato per chi è autosufficiente, e la sfida è molto grande: ritardare il più possibile l’ingresso nelle strutture residenziali costruendo contesti solidali in cui le generazioni convivano, si supportino e possano contare anche su forme di assistenza.

Le grandi sfide oggi sono due: il lavoro - e quindi il tema dell’ERS - e l’invecchiamento della popolazione. Parma continua a crescere demograficamente, e questi sono i nodi principali. C’è poi un terzo fronte che considero importante: l’autonomia delle persone con disabilità. Penso, per esempio, alle persone nello spettro autistico e al fatto che grazie ai fondi PNRR abbiamo aperto una scuola di autonomia, Portico. E naturalmente resta il tema delle risorse nazionali: serve un piano casa serio e servono investimenti adeguati.